Natale del Signore

Segona, XIII sec. Santa Maria de Claret
Natività di Gesù
Bose, 25 dicembre 2010
Omelia di ENZO BIANCHI
Da quel giorno della natività a Betlemme il Dio forte non è più separabile dall’uomo, e la vicenda dell’uomo è una vicenda condotta, guidata dal Dio forte  

Bose, 25 dicembre 2010

   Isaia 9,1-6
Luca 2,1-14    
                                                                 

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Cari fratelli e sorelle,
tante volte abbiamo celebrato questa memoria della nascita di Gesù, abbiamo cercato di essere partecipi del mistero dell’incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo, e può darsi che ci colgano pensieri che, a partire dalla ripetitività, dal ritornare di questa festa, ci facciano misurare ciò che noi celebriamo con i nostri sentimenti. E invece per noi cristiani ciò che è determinante non è ciò che noi sentiamo psicologicamente, ma ciò che viviamo nella fede, ciò che siamo disposti ad apprestare perché l’opus Dei, il lavoro di Dio in noi, sia veramente efficace, realizzi ciò che viene detto e fatto dalle parole e dai segni della liturgia, parole e segni ai quali vogliamo accordare la nostra mente e anche il nostro cuore. Non sono i segni e le parole che si devono accordare alla nostra mente e al nostro cuore, è esattamente il contrario.

Con questa chiara consapevolezza noi ascoltiamo dunque la Parola del Signore e poi facciamo un rendimento di grazie per l’incarnazione, facciamo eucaristia. Dalla prima lettura, l’annuncio fatto dal profeta Isaia, voglio far emergere soltanto un pensiero. Isaia profetizza su una situazione di tenebra: c’è una terra carica di oscurità, un popolo segnato dall’oppressione, segnato dalla violenza, ma Isaia profetizza un evento che muta radicalmente quella situazione. Dice che i credenti vedono una grande luce che risplende e fa cessare la tenebra, dice che scoppia una gioia incontenibile, la gioia che si prova quando si raccolgono i frutti della terra, e il giogo, il giogo dell’oppressione e della schiavitù, viene spezzato. Si realizza una nuova situazione in cui addirittura non ci sono neanche più i segni della violenza, della guerra.

Come è stato possibile? Quale intervento, quale portento ha operato questo capovolgimento di situazioni? Il profeta dice: è l’evento di un bambino che è nato, di un figlio che è stato dato. Il cambiamento radicale è causato dalla nascita di un bambino. Un bambino è il debole per eccellenza, un bambino è l’uomo fragile che non ha proprio nessun potere, un bambino è colui che è infante, che non è neppure in grado di esprimersi, di parlare, è senza parola e senza forza. Un bambino è in ogni situazione un povero perché ha veramente bisogno di altri e da solo non può nulla, fosse anche il figlio di un re, fosse anche un figlio di ricchi. Ma questo bambino di cui Isaia vede la nascita porta dei nomi, è proclamato «Dio forte, Padre per l’eternità, Principe della pace, Consigliere meraviglioso». Qui noi restiamo veramente stupiti, forse anche scandalizzati da questi nomi, soprattutto dal primo nome che viene dato a questo bambino: «Dio forte». Ma come è possibile dare il nome di «Dio forte» a un bambino, a un figlio di uomo, a un figlio di Adamo? Sembra quasi una bestemmia per la fede di Israele, sembra una ferita inferta al monoteismo ebraico: Dio è uno solo ed è tre volte santo. Eppure il profeta ha il coraggio di dire che quel bambino è chiamato «Dio forte». È un messaggio talmente inaudito che quelli che hanno tradotto la Bibbia ebraica in greco hanno significativamente omesso il titolo di «Dio forte», lo hanno tralasciato. Temevano di intaccare la santità assoluta di Dio? Temevano di proclamare una verità che non poteva essere capita dal mondo ellenico? In ogni caso il testo ebraico, il testo originale, dice che questo bambino è «Dio forte». Ciò che cambia dunque radicalmente quella situazione di tenebra, di oppressione, di inimicizia, è la nascita di un bambino, ma un bambino che è Dio.

Annuncio enigmatico, annuncio impensabile quello di Isaia, e tuttavia il Vangelo ce ne dà il compimento. In una situazione che è ancora una situazione di tenebra, di morte, di sofferenza, ecco che a Betlemme nasce proprio un bambino. Nasce da una donna, Maria, ma il Vangelo ci dice che un figlio così, un bambino così solo Dio ce lo poteva dare, che questo Figlio era stato concepito in Maria dalla forza e dalla potenza di Dio stesso, dallo Spirito santo. E comunque quando nasce questo bambino è avvolto in fasce ed è adagiato in una mangiatoia. Gli angeli che appaiono ai pastori e che dunque mostrano il compimento della profezia di Isaia, dicono: «Ecco la gioiosa notizia: nella città di David è nato il Salvatore, che è il Messia Signore, è il figlio di David ma è anche il Kýrios, è anche il Signore (il Nome di Dio)». L’evento del capovolgimento radicale è avvenuto: c’è il Salvatore Gesù, c’è il Dio ormai in mezzo a noi, ma il segno dato ai pastori, ciò che essi sono invitati a vedere è addirittura un bambino fasciato, quasi a dire che non proprio può nulla, ed è in una mangiatoia. Ciò che vedono i pastori non è nulla di prodigioso, nulla di straordinario. È una scena che con ogni probabilità si ripeteva sovente in quelle campagne di Betlemme: nelle famiglie dei poveri i bambini nascevano così, all’interno di una stalla, deposti nel luogo più caldo, nella mangiatoia.

Il compimento della profezia dunque c’è stato, ma noi dobbiamo anche avere il coraggio di chiederci: che cosa è cambiato veramente con questa nascita di Gesù, questo bambino Dio forte, questo Messia e Signore? Per quanto noi possiamo leggere e vedere, infatti, la tenebra resta sul mondo, l’oppressione non è scomparsa, la violenza continua a regnare: regna a livello sociale, così come regna anche all’interno delle nostre vite più quotidiane, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. E allora perché l’annuncio di Isaia, se nulla è cambiato? È così? Sì, è davvero così, lo dobbiamo affermare senza paura e senza per questo sentirci colpevoli. D’altronde le nostre vite di cristiani, di toccati dalla grazia di Dio, di salvati dal Signore attraverso il battesimo e la santa eucaristia, continuano a portare i segni della tenebra, della morte, dell’ignoranza e della cattiveria. I tempi non sono cambiati da quelli di Isaia né da quelli di Cesare Augusto. Molte ragioni umane ci portano a dire: la profezia di Isaia non si è compiuta e forse noi dobbiamo ancora attendere che si compia.

Ma se questi sono pensieri reali, che vanno anche espressi, resta pur vero che nel nostro cuore la vicenda di Gesù, la vita umana di Gesù, quella vita che è incominciata a Betlemme ed è finita sulla croce a Gerusalemme, quella vita che è stata vissuta nell’amore e nel servizio degli altri – e di ciò abbiamo una chiara testimonianza nei Vangeli da quelli che hanno vissuto con Gesù, non sono notizie storiche fornite per sentito dire –, quella vita che ha continuato ad affermare la bellezza, anche se scaricavano su Gesù la bruttezza, quella vita con la quale Gesù ha aperto una via di umanizzazione agli altri, quella vita affidabile che ha meritato la fiducia di un gruppetto di uomini e donne che lo ha seguito, ma che merita ancora oggi la nostra fede in lui, la nostra adesione a lui: ebbene, quella vita ci basta per dire che la profezia di Isaia si compirà e che in Gesù ha cominciato a compiersi.

Perché noi celebriamo questa sera la nascita di Gesù? Proprio perché conosciamo la sua vita, ed è per questo che, guardando la sua vita, lo chiamiamo Dio forte, lo chiamiamo Dio con noi. Lui cambierà la nostra situazione? In ogni caso, la sua vita ci dà le ragioni per credere a Isaia e al Vangelo. È Gesù che è per sempre tra di noi e con noi, qualunque sia la nostra situazione: celebrare il Natale significa proprio avere questa speranza in lui. La sua nascita noi la commemoriamo, la sua morte la celebriamo; ma soprattutto viviamo il mistero dell’incarnazione, passione e resurrezione, della venuta del Dio forte in mezzo a noi, un Dio forte che ha preso la nostra carne umana. Da quel giorno della natività a Betlemme il Dio forte non è più separabile dall’uomo, e la vicenda dell’uomo è una vicenda condotta, guidata dal Dio forte che questa notte contempliamo come un bambino.

  ENZO BIANCHI
Omelia di Natale 2010