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William Congdon, il profeta visionario Print E-mail
Corriere della Sera, 4 marzo 2005

Quando mi raggiunse la notizia dell’attentato e del crollo delle “Torri gemelle” insieme all’orrore affiorarono dal mio profondo due ricordi: innanzitutto una poesia di Thomas Merton del 1947, che lamentava:

La luna è più pallida di un’attrice, e ti piange, New York…
… Come sono state distrutte, come sono crollate,
quelle grandi e possenti torri di ghiaccio e d’acciaio,
fuse da quale terrore e da quale miracolo?
Quali fuochi, quali luci hanno smembrato,
nella collera bianca della loro accusa,
quelle torri d’argento e d’acciaio?

e poi il quadro di William Congdon, New York City, explosion, del 1948: al centro un’esplosione nera che fa rovinare gli altri palazzi ridotti a ferri contorti, nero che invade case e strade in un caos infuocato…

Thomas Merton e William Congdon, due “visionari” più che contemplativi o, meglio, visionari perché capaci di andare oltre la contemplazione, la “theoria”: potremmo quasi dirli “profeti” se la profezia, la pura profezia, è anche ciò che è presente dentro l’oggetto della scrittura (parola o immagine) e che l’autore stesso non può ancora capire, perché se lo capisse non lo scriverebbe né lo dipingerebbe (cf. W. Congdon, Il viaggio continua, p. 39). Congdon non ha mai cessato di essere un visionario: ha cominciato con il guardare la città scorgendovi un sole nero e il nero della sofferenza su cui sorge un sole, una luna, “un oriente” appunto (La città neradel 1948-49), per poi, una volta approdato nella vecchia Europa, cercare di narrare le città cariche di memoria storica – Atene, Roma, Parigi, Venezia, Assisi… - ma segnate dal vuoto, da un’impotenza a essere luogo di comunità e, nello stesso tempo, dalla capacità di essere grembo che partorisce e lascia crescere il male, il dolore, la devastazione.

Poi il Crocifisso: non la croce, significativamente, perché la croce è solo uno dei molteplici strumenti di esecuzione e di morte, ma il Crocifisso che chiede di fissare lo sguardo scavando sull’uomo: “Scavate pure nei miei quadri e vedrete come l’autorità della forma è in fondo quella della struttura umana”. La ossessiva serialità dei crocifissi (quasi 200!) significa tenere lo sguardo fisso sul corpo umano che radicalmente è soltanto narrato nella sua condizione più autentica dal Crocifisso. Il corpo umano: epifania di morte, di corruzione, di disfacimento cinereo, ma in cui attraverso l’annientamento è possibile contemplare il “figlio dell’uomo”, l’umano che “ha narrato” (exeghesato, cf. Gv 1,18) e narra Dio e il suo amore folle che lo porta ad assumere la debole carne dell’uomo votata alla morte e carica dell’incapacità di rispondere a questo amore: e quest’ultimo è, per William Congdon, il solo peccato!.

Fra il 1959 e il 1979 c’è sì al centro il Crocifisso, come sottolinea l’Atlante dell’opera, ma in una parabola che è sempre di più una ricerca di kenosis. Nei primi crocifissi c’è l’appeso “senza volto” (aprosopon): solo un capo reclinato con i capelli che cadono assieme al corpo bianco, anzi precipitano… E tuttavia, proprio perché in questi crocifissi non c’è il nulla definitivo, ecco apparire l’ “amorevole nuvola” che avvolge il capo: sprazzi di luce dorata, quasi promessa di risurrezione, che appariranno ancora ne Il sepolcro(17.V.1974) e nel Crocifisso 165 del 1979. Ma i crocifissi senza volto sono tracciati con semplicità sempre maggiore, da  pochissimi colpi di spatola: tre nel Crocifisso 52 (17.II.1972), due nel Crocifisso 54 (sempre del 17.II.1972), fino a essere colpi di spatola sovrapposti, un corpo informe e senza articolazioni, una colata di cenere mescolata a colore, un grumo di lava e silenzio. Adamo, il terrestre, l’uomo fatto di cenere e impastato di male e di dolore, “larva, non uomo… rifiuto umano… senza ossa articolate” (Salmo 22,7.15): eppure è in questa cenere che Dio si è compiaciuto e ha compiuto la sua teofania.

Thomas Merton l’aveva ben capito quando, nell’introduzione a “Nel mio disco d’oro”, scriveva: “spira nella pittura di William Congdon un’aria di teofania che impone il silenzio e dovrebbe imporlo sia al religioso sia al critico d’arte”. Non solo si fa silenzio di fronte ai Crocifissi di Congdon, ma ci si chiude la bocca, come alla visione del Servo senza volto del profeta Isaia. Chiudersi la bocca, ammutolire in silenzio: sorge quasi un desiderio istintivo di coprirsi il volto per non vedere, simultaneamente all’essere attratti dal Crocifisso, spinti a volgere su di lui lo sguardo (cf. Gv 19,37). Nei Crocifissi di Congdon c’è una vera theologia crucis, perché essi sono una cattedra della scientia crucis: ogni Crocifisso è una “parola della croce”, appunto non la croce ma il Crocifisso (cf. 1Cor 1,18 ss.).

Il “Crocifisso” di William Congdon è il ricettacolo della maledizione, della morte infamante, dell’agonia umana, anzi è la carne, il corpo, epifania di come noi uomini siamo malati di follia, disfatti dal peccato, perduti nell’abisso dei nostri amori mancati e sbagliati, comunque sempre incapaci, impotenti ad avere una pienezza. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Salmo 22,1), ma anche “Dio mio, Dio mio perché ti sei abbandonato e sei precipitato facendoti uno di noi?”. E la risposta della fede è semplice, senza spiegazioni possibili: “Per amore!”. Risposta deposta nel cuore di Congdon dalla conversione a Cristo, ma risposta che non risale dall’interno del cuore se non per la forza della grazia.

Con ragione Rodolfo Balzarotti osserva che la pittura di Congdon è separata dallo spazio liturgico, non è a servizio della liturgia, ma nella liturgia c’è bisogno della consapevolezza espressa dai Crocifissi di Congdon, consapevolezza che in essa tutto l’uomo con il suo peccato e la sua devastazione sono portati e assunti per essere redenti.

Non solo si crea, ma anche ci si salva nel dolore della propria incapacità alla santità: “Non cerco nella mia pittura una misura della mia conversione … invece, per il fatto che Cristo è venuto per empire tutto di sé nel modo di essere di ogni cosa. Anche se non mi fosse tolta questa divisione tra la disunità della mia persona e l’unità della mia opera, Cristo riconciliando tutto in sé ne toglie la condanna” (Un artista, la sua vita e la comunità cristiana, dattiloscritto 29.VI.1971, p. 29).

Ed eccoci alla stagione matura del silenzio, agli ultimi quindici anni, quando la visione di Congdon è rigenerata. Allora, non a caso la nebbia diventa calligrafia del silenzio. Nel diario la parola “silenzio” si fa martellante: “Questo silenzio come partenza del quadro è la virtù e per virtù (o grazia) della nebbia – mi è stata tolta ogni cosa – ma viene rivelata per il filtro (spirito) della nebbia. Questa è la realtà dell’arte veramente sacra” (Diario 7 gennaio 1983). Beppe Barbieri a ragione legge qui una svolta radicale nella pittura di Bill, perché in essa ormai l’eloquenza è del silenzio.. Non a caso nel diario è evocato il silenzio di Rothko (26 febbraio 1983), ritenuto da Congdon “padre” e “maestro”, quel silenzio che accoglie chi prega nella cappella ecumenica di Houston.

La serienebbiaemerge dal silenzio, ma dal silenzio assoluto emergono anche la serie cielo e terra, “essenzialmente una cosa sola” (13 febbraio 1983) e quindi le monocromie silenziosissime del mais, dell’orzo, del giallo con sole. “La novità dei quadri di tutto un colore è che, se c’è un segno aggiunto, questo è incorporato dentro il tutt’un colore e non sovraimposto come previamente fatto. Anche il giallo con sole di oggi è così: il sole è quasi invisibile”. I segni sono silenti ma fanno sentire la Presenza in quella spessa materia del mondo, e il colore è carico dell’esperienza della vita.

Congdon così scrive nel Diario: “Io dipingo non come vedo ma quel che vedo: ho dipinto la nebbia adesso; vista solo la nebbia, ho dipinto solo la nebbia senza alcun segno di oggetto non essendocene fuori della nebbia stessa… A chi mi dice: ‘è astratto’, io rispondo che è l’opposto dell’astratto, è l’oggetto totale” (Nebbia oggetto di 3 dimensioni, Manoscritto 25.I.1989). Ma la nebbia per Congdon non è cecità, impossibilità a vedere, perché lui stesso ha detto: “Che cosa ti rivela la nebbia? Rivela l’uomo, l’uomo che soffre… Non c’è niente di ciò che Dio ha fatto che non sia strutturato sull’uomo: anche il cielo… Il mio occhio perfora, trapassa il nulla della nebbia come il cielo e lo empie della mia vita” (L’arte, uomo nelle cose e il tutto nel nulla, Manoscritto 1.III.1985). Comunione con le cose, “res” (sunt lacrimae rerum!), dipingere come pregare, esperienza di comunicazione ma anche di trasfigurazione che unisce le cose nell’immagine (cf. Diario 27 aprile 1991).

Ed infine questo silenzio lo si sperimenta più che mai stando davanti alla Finestra I (1992) o alla Finestra Monastero (1994). Silenzio di attesa perché la finestra si spalanchi e la luce accolga: quella luce di sole o luna, “oriente” sempre, perché sempre luce che spunta, a William Congdon non è mai mancata. Aveva asserito: “Si crea nel dolore della propria non santità”, ed era vero, ma la creazione nel dolore, autentico parto, lo ha rigenerato: Congdon è stato toccato dalla santità perché solo chi conosce la propria non santità, il proprio peccato, sa arrendersi alla grazia che santifica! Congdon ha amato la Luce: anche all’inferno l’ha sempre cercata e intravista.

Enzo Bianchi

 
Noi, fedeli alla terra Print E-mail
Avvenire, 26 febbraio 2005

“Dio creò il terrestre a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: ‘Fruttificate, moltiplicatevi e riempite la terra, soggiogatela e assoggettate i pesci del mare e i volatili del cielo e tutti i viventi che strisciano sulla terra’“ (Gen 1,27-28). Qui, nel primo capitolo del libro della Genesi, cioè dell’origine, dell’ ”in-principio”,  la Bibbia svela la “genesi” del rapporto tra l’essere umano – letteralmente l’Adam, il “terrestre” tratto dall’adamah, la “terra” – e la natura, l’insieme degli esseri animati e inanimati co-creati assieme all’uomo. Qui, nello stravolgimento di quel “soggiogatela”, è svelata anche l’origine di uno sfruttamento indiscriminato della natura da parte dell’uomo. Non più custode del giardino, “maggiordomo” – cioè “anziano della casa”, responsabile verso l’unico signore di tutti gli altri “con-domestici” – ma padrone assoluto, tiranno, l’uomo vedrà il resto della creazione come mero strumento per la propria sussistenza e prosperità, in un’ottica di consumo e di sfruttamento che ignora la qualità di co-creature che accomuna esseri umani, animali, vegetali e natura tutta.

Per la visione biblica l’uomo è sì costituito quale “dominatore” all’interno del creato, ma non può esercitare questo dominio in qualsiasi maniera, fino a disprezzare o a distruggere la vita vegetale e animale, fino a sovvertire l’ordine degli esseri animati e inanimati. Egli deve esercitare il dominio come mandatario di Dio: resta una creatura che deve accogliere come dono e custodire come tesoro la creazione che lo circonda. Equilibrio difficile, pesante responsabilità, certo, ma costitutiva dell’uomo in quanto tale. E oggi avvertiamo forse come non mai l’esigenza di ritornare a un rapporto uomo-natura maggiormente conforme alle origini: finché infatti l’ambiente naturale era nel suo complesso più forte dell’uomo, quest’ultimo poteva svilupparsi in tutta la sua potenzialità senza minacciare alla radice la sopravvivenza delle co-creature che aveva accanto. Ma ora che, sottoposta a incessante sfruttamento, la terra rivela la propria fragilità e l’uomo utilizza la sua astuzia e la sua scienza per aggirare gli ostacoli e le difese naturali dell’ambiente, siamo bruscamente ricondotti alle nostre responsabilità verso il creato, verso noi stessi, verso l’armonia tra tutti gli esseri. Ci era parso facile e persino lecito dominare il mondo: ora ci accorgiamo di quanto sia difficile controllare la nostra stessa forza e non cedere a eccessi o abusi. La sfida etica che non possiamo più eludere consiste anche nell’acquisire la padronanza delle nostre capacità: siamo infatti gli “amministratori” del mondo, ma sappiamo amministrare la nostra potenza? Siamo consapevoli e memori che il termine stesso di “amministratore” rimanda a un “ministero”, cioè a un servizio? Siamo disposti a prendere sul serio la conseguenze di una “fedeltà alla terra” che implica il non abbrutirla a deposito di scorte per il nostro benessere materiale per riscoprirla come occasione di contemplazione della bellezza del Creatore riflessa nelle sue creature?

In una società che tende a trattare la natura come oggetto manipolabile a piacimento – società che una certa fede cristiana “acosmica” ha contribuito nei secoli a plasmare – i credenti sono chiamati oggi a riscoprire la loro qualità di co-creature, responsabili di fronte a Dio di una quotidiana ricerca dell’armonia dell’in-principio, di quella “bontà e bellezza” del creato uscito dalla volontà e della parola di Dio. E il cammino verso questo “paradiso ritrovato” non può essere quello di una regressione fusionale nell’utero di “madre-terra”, né il dissolvimento nell’oceano dell’oblio, ma la sapiente, tenace memoria delle nostre radici, del nostro passato che solo può essere promessa per il futuro: assieme a noi, come scrive san Paolo ai Romani, “la creazione intera geme e soffre nell’attesa impaziente della piena rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.

Enzo Bianchi

 
La fede non è la medicina dell’io Print E-mail
La Stampa, 26 febbraio 2005

Da più parti, all’interno come all’esterno della chiesa, ci si interroga con una certa ricorrenza su dove stia andando il cattolicesimo oggi e c’è chi rileva come tratto saliente dell’attuale stagione un divorzio tra fede cattolica e spiritualità, tra devozione e morale. È una sorta di schizofrenia nella vita cristiana, una difficoltà di unificazione della vita del credente una separazione di ciò che dovrebbe essere unito e fare parte dell’unica sequela di Cristo da parte del credente: divisione che riguarda innanzitutto coloro che si ritengono e si proclamano cristiani impegnati e vengono percepiti come dotati di una certa rappresentatività della “chiesa”. Non credo si tratti di una patologia radicalmente nuova, né vedo in essa una deriva spiritualistica che azzererebbe totalmente ogni rilevanza dell’impatto concreto della parola di Dio nella vita del cristiano. Ritengo però che in questa stagione segnata dal ritorno non di Dio ma del sacro, del “religioso”, la spiritualità non solo di fatto si separi dalla morale, dal comportamento quotidiano, ma rischi di non essere più una spiritualità autenticamente cristiana, ovvero una vita secondo lo Spirito santo vissuta sulle orme di Cristo: vita cristiana, infatti, è quella vita principiata da Cristo, vissuta da lui come essere umano, radicalmente uomo come noi.

Certo è avvenuta una rivoluzione copernicana della coscienza religiosa perché con l’avvento dell’antropologia l’uomo non si comprende più a partire dall’essere, l’essere eternamente presente in un universo immutabile, ma a partire dal suo “diventare uomo”, dal suo percorso storico personale. È in questo orizzonte che è avvenuto un mutamento del rapporto tra credente, fede e istituzione religiosa con inevitabili ricadute anche nella società civile. Il cristiano di questo tempo ultra-moderno, vivendo tra crisi delle istituzioni, pluralismo e deregulationdel religioso, è tentato di vedere nella chiesa una “riserva” di credenze e di servizi religiosi cui ricorrere in una libera scelta individuale. Non è più la religione che propone una fede e una morale, ma sono i singoli che chiedono alla religione ciò di cui hanno bisogno: i fedeli, sempre meno “praticanti”, sono sempre più “infedeli” rispetto alla chiesa. Questo individualismo religioso non significa abbandono del sentimento di appartenenza a una religione (tuttora la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara cattolica), ma sia quelli che sono “nel seno della chiesa”, sia quelli che sono fuori vivono una dislocazione tra fede, morale, appartenenza, pratica e conformità: si crede senza appartenere alla chiesa, ma ci si dice appartenenti alla religione cattolica senza credere. È paradossale, ma oggi è questo il divorzio! Le appartenenze sono plurime e non si avverte la contraddizione di appartenere culturalmente al cristianesimo senza appartenervi realmente. La religione è scissa in molte dimensioni che non coabitano tra di loro perché le parti del sistema si sono disgregate, come avvertiva profeticamente il teologo Michel de Certeau diversi anni fa.

È in tale contesto che è diventato possibile l’ascolto, l’applauso, l’ammirazione, la commozione per i “simboli” religiosi, siano essi persone carismatiche o grandi eventi, da parte di quelli che non sono mai disponibili né disposti ad assumere e a realizzare quotidianamente ciò che viene richiesto. The singer, not the song: il cantante è applaudito, ma le parole della canzone non sono ascoltate né tanto meno messe in pratica! Anche questa non è una condizione nuova, se già il profeta Ezechiele la denunciava nel VI secolo a.C.: “Così diceva il Signore al profeta: Tutti parlano di te, tutti vogliono venire a sentire i tuoi discorsi e accorrono come folle: amano le tue parole ma non le mettono in pratica” (Ezechielecap. 33). Oggi, se mai, ci si è attrezzati meglio nell’invocare una giustificazione per questo comportamento: alla logica dell’obbedienza si sarebbe sostituita la logica della responsabilità. Per i credenti che hanno “fede popolare”, come si ama dire oggi, e per i militanti, impegnati in un cammino di forte coinvolgimento, la fede è vista come essenzialmente personale: l’importante è che aiuti a vivere meglio, che faccia crescere, che contribuisca alla ricerca della felicità. E così si finisce per misurare anche la fede in base a quello che apporta: benessere, armonia, guarigione… Sì, perché il nuovo nome della salvezza è il compimento e la cura di sé, è lo star bene con sé e con gli altri. In questa deriva, la fede deve contrastare la sofferenza, impedire qualsiasi dolore e fatica anziché assumerli nel dare forma alla propria esistenza.

Può sorprendere, ma praticamente nessuno sembra ravvisare il carattere narcisistico di questa deriva, la frantumazione di ciò che è comunitario, sociale… Tutto è misurato sulla capacità di condurre alla realizzazione di sé e, in questo, non si teme né il soggettivismo, né il ripiegamento su di sé. Pare non sorprendere né interpellare nessuno il fatto che ci sono autori spirituali cristiani che hanno pubblicato con successo un congruo numero di libretti del tipo: “Come essere in amicizia con se stessi”, “Non farti del male!”, “Come vincere nella sconfitta”, “Il cielo comincia in te”… Bastano i titoli per dire l’invito alfai da te, al bricolage spirituale: è la declinazione della salvezza come stare bene con se stessi, fuga da ciò che costa caro, da quanto porta con sé fatica e sacrificio.

Ci dovremmo interrogare anche sulle cause che hanno permesso al cristianesimo di finire asservito al benessere dell’anima del singolo: forse in radice e in origine vi era una intuizione e un bisogno giusto di recuperare unità nella vita di fede, di non lasciare fuori delle parti di sé nella vita guidata dallo Spirito; forse c’era l’esigenza di integrare corpo e psiche nella sequela di Cristo. Ma in questa deriva della fede ridotta a ricerca di benessere mi pare di cogliere un atteggiamento nuovo, una contrapposizione inedita tra spiritualità e fede. Tutti sono disposti a dirsi in ricerca spirituale, cultori dello spirituale, ma molti meno sono disposti a dirsi credenti in Gesù Cristo: la fede implicascelta, quindi assunzione del rischio, rinuncia, condivisione; questo “spirituale” invece è pervasivo e vago, disimpegnato, dà corda all’individualismo, all’illusione di onnipotenza…

È un quadro che ha conseguenze di non piccola portata per la vita interna della chiesa, per la sua pastorale, la sua catechesi, la sua espressione liturgica, ma credo che ponga interrogativi seri anche all’insieme della società, alla nostra convivenza civile. Non è che dietro l’individualismo imperante, la riduzione individualistica anche del “fatto religioso” (“si sceglie”, non “si riceve” la religione), dietro la scissione tra vita e fede, tra fede e celebrazione della fede, vi sia la mancanza di ciò senza cui non c’è né teologia né vita spirituale: ovvero unacomunità? Non credo che basti denunciare le aporie e le distanze tra fede e morale, tra fede e storia, prassi, società, senza ricordare la qualità del soggetto comunitario che dà senso alla morale: la comunità cristiana. Il permanere della testimonianza cristiana in una società come quella che si va configurando nei nostri paesi, infatti, dipende dal vivere la comunità: senza vissuto della realtà comunitaria della chiesa, questa è destinata a diventare un movimento tra i tanti e la fede si riduce a riferimento personale di singoli uomini e donne a un certo Gesù di Nazaret. Perché la salvezza che il cristianesimo vuole annunciare non è un intimistico star bene con se stessi ma è una realtà destinata a tutti, collocata dentro la storia, inserita in una dimensione comunitaria.

Così, per quanto paradossale possa apparire, a livello sociale non la visibilità, non il clamoroso, non l’efficienza, non l’evidente sono i luoghi di manifestazione dell’essenza della fede cristiana, ma il segreto del cuore e una prassi storica quotidiana spesso nascosta e di poca risonanza. Sì, il contributo cristiano a una società più vivibile non verrà da ripiegamenti su se stessi né da dispiegamento di forze di pressione ma, oggi come al sorgere del cristianesimo, dalla capacità di mostrare una differenza abitata dal senso.

Enzo Bianchi

 
La corsa finale della vita Print E-mail

La corsa finale della vita

La Stampa, 12 febbraio 2005

Ancora una volta assistiamo a brusii, rumori, chiacchiere e interpretazioni intorno al ricovero in ospedale di Giovanni Paolo II, un papa giunto alla pienezza dei giorni e, a causa della malattia, prostrato, affaticato, ostacolato nel linguaggio e nella mobilità del proprio corpo. Così, e molti diranno che non può essere diversamente data la qualità pubblica e l’importanza della persona, si comincia a interrogare i membri di un prossimo conclave e si vuole trovare qualcosa che stupisca e addirittura possa scandalizzare il comune cristiano e l’uomo di oggi, sempre più indifferente alla fede cristiana ma ancora attento e sensibile alle figure-simbolo sociali. La pressione mediatica è forte, insistente, ma perché finire in una sudditanza ai media e non avere più la forza di custodire eventi che sono invece occasioni preziose per interrogarsi sulla vita reale e profonda della chiesa e sul necessario esercizio del ministero petrino?

In questo modo mi sembra non si colga l’occasione per riflettere in modo serio e sapiente su una verità umana, umanissima che riguarda tutti e ciascuno di noi, una realtà che è soprattutto quella che la buona notizia cristiana vuole illuminare. Sì, c’è l’enigma del male, della sofferenza e della malattia legato alla condizione umana: un salmo attribuito al grande Mosè ricorda che “la nostra vita arriva a settant’anni, a ottanta se ci sono le forze… quasi tutti sono fatica e dolore, presto è finita e noi ce ne andiamo”. Credenti e non credenti abbiamo nel cuore “una nostalgia, un desiderio, un senso di eternità”, sentiamo la morte come contraddizione a ciò che viviamo, speriamo, amiamo; tutti noi sentiamo il dolore in tutte le sue manifestazioni come un enigma, ma per i cristiani l’enigma si trasforma in mistero, cioè in qualcosa che rivela, “alza il velo” e apre una strada di salvezza: una vita nuova, una vita in cui non c’è più pianto, né angoscia, né situazione disperata, né morte. Così la fede cristiana consola quelli che hanno creduto a Gesù Cristo.

Certamente Giovanni Paolo II, anche lui discepolo del Signore, vive questo passaggio nella “valle stretta e oscura”, applica a sé le parole dell’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinti, che sa leggere come il corpo, “l’essere esteriore” si va disfacendo, ma che esperimenta anche come “l’essere interiore” si rinnova di giorno in giorno. Più volte abbiamo constatato questa verità nelle vicende di ferite e malattie di Giovanni Paolo II: il corpo che si incurvava, il suo appoggiarsi al bastone, il suo faticoso stare in piedi, la debolezza sempre più accentuata della voce… ma anche il crescere in lui della convinzione, della fede, della forza, frutto della perseveranza di tutta una vita spesa a servizio della comunione ecclesiale e dell’umanità bisognosa innanzitutto di giustizia, perdono, pace.

Chi è cristiano sa e sperimenta che debolezza, fragilità, diminuzione delle forze fisiche possono significare crescita di energie spirituali, di sapienza, di consapevolezza e di conoscenza della condizione umana. Il cardinale Sodano ancora una volta ha pronunciato parole di grande sapienza e discernimento: ha ricordato che nella chiesa l’anzianità è un valore – ci si dimentica che il nome “presbitero” significa anziano! – perché al termine di una vita vissuta umanamente in giustizia e carità si raccoglie il frutto non solo dell’esperienza ma anche della sapienza; ha ricordato che comunque il Signore, pastore dei pastori, sa guidare la chiesa in ogni situazione, non abbandona la sua comunità e, ancora, che il problema dell’eventuale rinuncia del papa al suo servizio petrino spetta solo alla sua coscienza. Sì, il papa sarà guidato dall’amore, e nella libertà sceglierà cosa fare in caso di grave impedimento.

Qui sento di dover dire alcune parole che suonano in contraddizione con altre udite qua e là. Innanzitutto, i cristiani cattolici credono che il servizio del successore di Pietro è essenziale per la chiesa, che il Signore stesso ha voluto questo servizio di comunione per confermare i fratelli nella fede, ma sanno anche che il Signore è Signore della chiesa e che anche quando venisse a mancare il papa i cristiani non sono orfani né la chiesa soffre separazione dal Signore. Nei confronti di questo papa, come nei confronti di altri, occorre avere fiducia, rispettare il mistero della sua persona e della sua sofferenza. Sì, la verità è che la chiesa prega e pregherà per il papa malato, come pregava per Pietro in prigione a Gerusalemme, ma con piena fiducia che il Signore non abbandonerà mai la chiesa perché ne resta sempre lui solo il Signore.

Ci sono poi i suoi collaboratori, da lui scelti e voluti: e anche costoro, proprio perché posti a collaborare al servizio petrino, pur non essendo per stato esenti dal peccato, sono dotati di profondo sensus ecclesiae. Voci o schiamazzi, papolatrie untuose o mancanza di rispetto umano al mistero della sofferenza di una persona non sono degne dei cristiani. Da ogni situazione, invece, può venire soltanto del bene se quanti vi sono coinvolti predispongono tutto affinché ogni cosa avvenga conservando la fede e secondo carità, cercando la verità nella dolcezza della comunità.

Molti si interrogano anche su questa “ostensione” della malattia di Giovanni Paolo II, ma va detto che  anche questo modo di vivere la malattia e la corsa finale della vita è qualcosa che va rispettato, nella consapevolezza che esso riguarda l’intimità della persona: secretum meum mihi, “ciò che è nel mio intimo riguarda me”, dice tutta la tradizione spirituale. Ci sono papi, patriarchi, cristiani che hanno sofferto e sono morti in modo molto diverso: c’è chi quasi si nasconde, vive la malattia nella solitudine, dando all’itinerario finale la dimensione dell’intimità. Il grande patriarca Athenagoras, giunto a ottantaquattro anni e vistasi avvicinare la sua ora a seguito di una caduta con frattura del femore, chiese ai suoi collaboratori di essere lasciato solo in camera, con accanto al letto il pane e il vino eucaristici, per poter morire solo come un monaco. C’è chi, come Pio XII e Paolo VI, ha percorso un cammino in modo molto silenzioso e intimo; c’è Giovanni XXIII che con grande sapienza e decisione è passato da questo mondo a Dio in modo glorioso, con tutto il mondo, potremmo dire, al suo capezzale…

Le modalità nel vivere la malattia sono diverse: quello che è determinante nella vita cristiana è che sempre sia vissuta non come un evento che ci domina ma come un’occasione per fare di se stessi un “figlio di Dio”, per mostrare verso tutti di essere un fratello, una sorella che, anche nella dolorosa esperienza della malattia, sa amare e accetta di essere amato: questo è l’elemento essenziale per vivere da cristiani l’approssimarsi della morte, al di là delle differenti modalità. Non a caso, anche la morte di Gesù è narrata in modi diversi: nel Vangelo di Marco, Gesù muore solo, abbandonato da tutti, muore nell’angoscia con un grido sulle labbra; nel quarto Vangelo, invece, muore come se regnasse, in un commiato glorioso dai suoi, cominciando a regnare sull’universo; nel Vangelo di Luca la morte di Gesù è chiamata “spettacolo, contemplazione” perché avvenuta di fronte a molta gente che lo ha visto morire tra due malfattori e ha potuto sentire le parole di quel condannato rivolte a uno dei compagni di supplizio: “Oggi sarai con me nel Pardès, in Dio”.

Giovanni Paolo II ha lasciato l’ospedale ed è tornato in Vaticano: rispettiamo il suo dolore, la sua malattia, la sua convalescenza, non pretendiamo di “vederlo” a ogni costo e subito, non sottostiamo alle esigenze poste dai media per cui uno esiste solo se “appare”. Nel messaggio per la Quaresima, scritto pochi giorni prima di essere ricoverato, il papa ha ricordato che “l’invecchiamento, con i suoi inevitabili condizionamenti, può diventare occasione preziosa per meglio comprendere il mistero della croce che dà senso pieno all’umana esistenza”. Parole scritte certamente per se stesso e per noi. Sì, anche quest’ora del suo pontificato è un’occasione propizia da vivere con sapienza.

Enzo Bianchi

 
Convertirsi, cioè tornare a vivere Print E-mail
Avvenire, 8 febbraio 2005

Negli anni dell’immediato post-concilio, grazie anche alla riscoperta della parola di Dio all’interno delle comunità cristiane e a una ritrovata freschezza del suo impatto nelle vicende quotidiane, si era fatta strada in molti credenti un’attenzione per la predicazione profetica e per la sua pregnanza negli eventi sociali contemporanei. Autenticità e non ipocrisia del culto, diffidenza se non rifiuto nei confronti di pratiche ascetiche di cui si era smarrito il senso profondo e conservata l’esteriorità del rito, attenzione alle cause nascoste più che alle manifestazioni delle situazioni di disagio, predilezione per i poveri e dure invettive verso i ricchi…  Oggi il clima è cambiato, e certi toni giudicati “sconvenienti” nel loro richiamo a una radicalità evangelica sembrano confinati a qualche irriducibile nostalgico di una stagione tramontata oppure relegati a lontani orizzonti geografici, ai margini dell’opulento occidente. Parole come quelle di Isaia – “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6) – suonano stonate oggi, eppure restano parola di Dio per noi cristiani, al pari del canto di Maria nel Magnificat che celebra il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53).

Ora la Quaresima può essere davvero il tempo propizio che ci riporta, ci fa tornare – è il senso primario della conversione – all’autenticità di una vita cristiana secondo la volontà di Dio, anche nelle sue espressioni di sobrietà e di ascesi. Così il digiuno può assumere di nuovo i suoi connotati più marcatamente biblici e cristiani: non una pur sana disintossicazione dalla bulimia generalizzata, non una semplice pratica per ritrovare il benessere fisico, ma un modo di esprimere con tutte le fibre del nostro essere il fatto che vero nutrimento per noi è ogni parola che esce dalla bocca di Dio, un reimparare la disciplina dell’oralità perché noi siamo ciò di cui ci nutriamo e la nostra bocca parla dalla pienezza del cuore. Un modo, il digiuno, anche di condividere con semplicità e immediatezza i beni di questa terra, dati a noi perché diventino di tutti e non di pochi; un modo di richiamare la nostra vigilanza sul fatto che l’astensione da praticare non è solo e tanto quella da un boccone di cibo, ma dal nutrirsi dell’ingiustizia, dall’ingrassare in potere e ricchezza a spese degli ultimi, dall’ignorare il fratello nel bisogno. Digiuno e astinenza dalle carni significano allora cessare di divorare la carne del povero, lottare perché tutti possano avere del pane, battersi perché malattie devastanti vengano debellate ovunque e non stornate dai nostri paesi verso altre regioni, come fastidiosi uragani, interrogarsi sulle ingiustizie quotidiane che avvelenano la vita degli uni e consolidano lo star bene degli altri. Oggi, come ai tempi di Isaia e di Amos, è questo il digiuno più difficile da vivere, il più raro da incontrare, ma oggi come allora è l’unico gradito al Signore.

Enzo Bianchi

 


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