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La fede non è la medicina dell’io Print E-mail
La Stampa, 26 febbraio 2005

Da più parti, all’interno come all’esterno della chiesa, ci si interroga con una certa ricorrenza su dove stia andando il cattolicesimo oggi e c’è chi rileva come tratto saliente dell’attuale stagione un divorzio tra fede cattolica e spiritualità, tra devozione e morale. È una sorta di schizofrenia nella vita cristiana, una difficoltà di unificazione della vita del credente una separazione di ciò che dovrebbe essere unito e fare parte dell’unica sequela di Cristo da parte del credente: divisione che riguarda innanzitutto coloro che si ritengono e si proclamano cristiani impegnati e vengono percepiti come dotati di una certa rappresentatività della “chiesa”. Non credo si tratti di una patologia radicalmente nuova, né vedo in essa una deriva spiritualistica che azzererebbe totalmente ogni rilevanza dell’impatto concreto della parola di Dio nella vita del cristiano. Ritengo però che in questa stagione segnata dal ritorno non di Dio ma del sacro, del “religioso”, la spiritualità non solo di fatto si separi dalla morale, dal comportamento quotidiano, ma rischi di non essere più una spiritualità autenticamente cristiana, ovvero una vita secondo lo Spirito santo vissuta sulle orme di Cristo: vita cristiana, infatti, è quella vita principiata da Cristo, vissuta da lui come essere umano, radicalmente uomo come noi.

Certo è avvenuta una rivoluzione copernicana della coscienza religiosa perché con l’avvento dell’antropologia l’uomo non si comprende più a partire dall’essere, l’essere eternamente presente in un universo immutabile, ma a partire dal suo “diventare uomo”, dal suo percorso storico personale. È in questo orizzonte che è avvenuto un mutamento del rapporto tra credente, fede e istituzione religiosa con inevitabili ricadute anche nella società civile. Il cristiano di questo tempo ultra-moderno, vivendo tra crisi delle istituzioni, pluralismo e deregulationdel religioso, è tentato di vedere nella chiesa una “riserva” di credenze e di servizi religiosi cui ricorrere in una libera scelta individuale. Non è più la religione che propone una fede e una morale, ma sono i singoli che chiedono alla religione ciò di cui hanno bisogno: i fedeli, sempre meno “praticanti”, sono sempre più “infedeli” rispetto alla chiesa. Questo individualismo religioso non significa abbandono del sentimento di appartenenza a una religione (tuttora la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara cattolica), ma sia quelli che sono “nel seno della chiesa”, sia quelli che sono fuori vivono una dislocazione tra fede, morale, appartenenza, pratica e conformità: si crede senza appartenere alla chiesa, ma ci si dice appartenenti alla religione cattolica senza credere. È paradossale, ma oggi è questo il divorzio! Le appartenenze sono plurime e non si avverte la contraddizione di appartenere culturalmente al cristianesimo senza appartenervi realmente. La religione è scissa in molte dimensioni che non coabitano tra di loro perché le parti del sistema si sono disgregate, come avvertiva profeticamente il teologo Michel de Certeau diversi anni fa.

È in tale contesto che è diventato possibile l’ascolto, l’applauso, l’ammirazione, la commozione per i “simboli” religiosi, siano essi persone carismatiche o grandi eventi, da parte di quelli che non sono mai disponibili né disposti ad assumere e a realizzare quotidianamente ciò che viene richiesto. The singer, not the song: il cantante è applaudito, ma le parole della canzone non sono ascoltate né tanto meno messe in pratica! Anche questa non è una condizione nuova, se già il profeta Ezechiele la denunciava nel VI secolo a.C.: “Così diceva il Signore al profeta: Tutti parlano di te, tutti vogliono venire a sentire i tuoi discorsi e accorrono come folle: amano le tue parole ma non le mettono in pratica” (Ezechielecap. 33). Oggi, se mai, ci si è attrezzati meglio nell’invocare una giustificazione per questo comportamento: alla logica dell’obbedienza si sarebbe sostituita la logica della responsabilità. Per i credenti che hanno “fede popolare”, come si ama dire oggi, e per i militanti, impegnati in un cammino di forte coinvolgimento, la fede è vista come essenzialmente personale: l’importante è che aiuti a vivere meglio, che faccia crescere, che contribuisca alla ricerca della felicità. E così si finisce per misurare anche la fede in base a quello che apporta: benessere, armonia, guarigione… Sì, perché il nuovo nome della salvezza è il compimento e la cura di sé, è lo star bene con sé e con gli altri. In questa deriva, la fede deve contrastare la sofferenza, impedire qualsiasi dolore e fatica anziché assumerli nel dare forma alla propria esistenza.

Può sorprendere, ma praticamente nessuno sembra ravvisare il carattere narcisistico di questa deriva, la frantumazione di ciò che è comunitario, sociale… Tutto è misurato sulla capacità di condurre alla realizzazione di sé e, in questo, non si teme né il soggettivismo, né il ripiegamento su di sé. Pare non sorprendere né interpellare nessuno il fatto che ci sono autori spirituali cristiani che hanno pubblicato con successo un congruo numero di libretti del tipo: “Come essere in amicizia con se stessi”, “Non farti del male!”, “Come vincere nella sconfitta”, “Il cielo comincia in te”… Bastano i titoli per dire l’invito alfai da te, al bricolage spirituale: è la declinazione della salvezza come stare bene con se stessi, fuga da ciò che costa caro, da quanto porta con sé fatica e sacrificio.

Ci dovremmo interrogare anche sulle cause che hanno permesso al cristianesimo di finire asservito al benessere dell’anima del singolo: forse in radice e in origine vi era una intuizione e un bisogno giusto di recuperare unità nella vita di fede, di non lasciare fuori delle parti di sé nella vita guidata dallo Spirito; forse c’era l’esigenza di integrare corpo e psiche nella sequela di Cristo. Ma in questa deriva della fede ridotta a ricerca di benessere mi pare di cogliere un atteggiamento nuovo, una contrapposizione inedita tra spiritualità e fede. Tutti sono disposti a dirsi in ricerca spirituale, cultori dello spirituale, ma molti meno sono disposti a dirsi credenti in Gesù Cristo: la fede implicascelta, quindi assunzione del rischio, rinuncia, condivisione; questo “spirituale” invece è pervasivo e vago, disimpegnato, dà corda all’individualismo, all’illusione di onnipotenza…

È un quadro che ha conseguenze di non piccola portata per la vita interna della chiesa, per la sua pastorale, la sua catechesi, la sua espressione liturgica, ma credo che ponga interrogativi seri anche all’insieme della società, alla nostra convivenza civile. Non è che dietro l’individualismo imperante, la riduzione individualistica anche del “fatto religioso” (“si sceglie”, non “si riceve” la religione), dietro la scissione tra vita e fede, tra fede e celebrazione della fede, vi sia la mancanza di ciò senza cui non c’è né teologia né vita spirituale: ovvero unacomunità? Non credo che basti denunciare le aporie e le distanze tra fede e morale, tra fede e storia, prassi, società, senza ricordare la qualità del soggetto comunitario che dà senso alla morale: la comunità cristiana. Il permanere della testimonianza cristiana in una società come quella che si va configurando nei nostri paesi, infatti, dipende dal vivere la comunità: senza vissuto della realtà comunitaria della chiesa, questa è destinata a diventare un movimento tra i tanti e la fede si riduce a riferimento personale di singoli uomini e donne a un certo Gesù di Nazaret. Perché la salvezza che il cristianesimo vuole annunciare non è un intimistico star bene con se stessi ma è una realtà destinata a tutti, collocata dentro la storia, inserita in una dimensione comunitaria.

Così, per quanto paradossale possa apparire, a livello sociale non la visibilità, non il clamoroso, non l’efficienza, non l’evidente sono i luoghi di manifestazione dell’essenza della fede cristiana, ma il segreto del cuore e una prassi storica quotidiana spesso nascosta e di poca risonanza. Sì, il contributo cristiano a una società più vivibile non verrà da ripiegamenti su se stessi né da dispiegamento di forze di pressione ma, oggi come al sorgere del cristianesimo, dalla capacità di mostrare una differenza abitata dal senso.

Enzo Bianchi

 
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La corsa finale della vita

La Stampa, 12 febbraio 2005

Ancora una volta assistiamo a brusii, rumori, chiacchiere e interpretazioni intorno al ricovero in ospedale di Giovanni Paolo II, un papa giunto alla pienezza dei giorni e, a causa della malattia, prostrato, affaticato, ostacolato nel linguaggio e nella mobilità del proprio corpo. Così, e molti diranno che non può essere diversamente data la qualità pubblica e l’importanza della persona, si comincia a interrogare i membri di un prossimo conclave e si vuole trovare qualcosa che stupisca e addirittura possa scandalizzare il comune cristiano e l’uomo di oggi, sempre più indifferente alla fede cristiana ma ancora attento e sensibile alle figure-simbolo sociali. La pressione mediatica è forte, insistente, ma perché finire in una sudditanza ai media e non avere più la forza di custodire eventi che sono invece occasioni preziose per interrogarsi sulla vita reale e profonda della chiesa e sul necessario esercizio del ministero petrino?

In questo modo mi sembra non si colga l’occasione per riflettere in modo serio e sapiente su una verità umana, umanissima che riguarda tutti e ciascuno di noi, una realtà che è soprattutto quella che la buona notizia cristiana vuole illuminare. Sì, c’è l’enigma del male, della sofferenza e della malattia legato alla condizione umana: un salmo attribuito al grande Mosè ricorda che “la nostra vita arriva a settant’anni, a ottanta se ci sono le forze… quasi tutti sono fatica e dolore, presto è finita e noi ce ne andiamo”. Credenti e non credenti abbiamo nel cuore “una nostalgia, un desiderio, un senso di eternità”, sentiamo la morte come contraddizione a ciò che viviamo, speriamo, amiamo; tutti noi sentiamo il dolore in tutte le sue manifestazioni come un enigma, ma per i cristiani l’enigma si trasforma in mistero, cioè in qualcosa che rivela, “alza il velo” e apre una strada di salvezza: una vita nuova, una vita in cui non c’è più pianto, né angoscia, né situazione disperata, né morte. Così la fede cristiana consola quelli che hanno creduto a Gesù Cristo.

Certamente Giovanni Paolo II, anche lui discepolo del Signore, vive questo passaggio nella “valle stretta e oscura”, applica a sé le parole dell’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinti, che sa leggere come il corpo, “l’essere esteriore” si va disfacendo, ma che esperimenta anche come “l’essere interiore” si rinnova di giorno in giorno. Più volte abbiamo constatato questa verità nelle vicende di ferite e malattie di Giovanni Paolo II: il corpo che si incurvava, il suo appoggiarsi al bastone, il suo faticoso stare in piedi, la debolezza sempre più accentuata della voce… ma anche il crescere in lui della convinzione, della fede, della forza, frutto della perseveranza di tutta una vita spesa a servizio della comunione ecclesiale e dell’umanità bisognosa innanzitutto di giustizia, perdono, pace.

Chi è cristiano sa e sperimenta che debolezza, fragilità, diminuzione delle forze fisiche possono significare crescita di energie spirituali, di sapienza, di consapevolezza e di conoscenza della condizione umana. Il cardinale Sodano ancora una volta ha pronunciato parole di grande sapienza e discernimento: ha ricordato che nella chiesa l’anzianità è un valore – ci si dimentica che il nome “presbitero” significa anziano! – perché al termine di una vita vissuta umanamente in giustizia e carità si raccoglie il frutto non solo dell’esperienza ma anche della sapienza; ha ricordato che comunque il Signore, pastore dei pastori, sa guidare la chiesa in ogni situazione, non abbandona la sua comunità e, ancora, che il problema dell’eventuale rinuncia del papa al suo servizio petrino spetta solo alla sua coscienza. Sì, il papa sarà guidato dall’amore, e nella libertà sceglierà cosa fare in caso di grave impedimento.

Qui sento di dover dire alcune parole che suonano in contraddizione con altre udite qua e là. Innanzitutto, i cristiani cattolici credono che il servizio del successore di Pietro è essenziale per la chiesa, che il Signore stesso ha voluto questo servizio di comunione per confermare i fratelli nella fede, ma sanno anche che il Signore è Signore della chiesa e che anche quando venisse a mancare il papa i cristiani non sono orfani né la chiesa soffre separazione dal Signore. Nei confronti di questo papa, come nei confronti di altri, occorre avere fiducia, rispettare il mistero della sua persona e della sua sofferenza. Sì, la verità è che la chiesa prega e pregherà per il papa malato, come pregava per Pietro in prigione a Gerusalemme, ma con piena fiducia che il Signore non abbandonerà mai la chiesa perché ne resta sempre lui solo il Signore.

Ci sono poi i suoi collaboratori, da lui scelti e voluti: e anche costoro, proprio perché posti a collaborare al servizio petrino, pur non essendo per stato esenti dal peccato, sono dotati di profondo sensus ecclesiae. Voci o schiamazzi, papolatrie untuose o mancanza di rispetto umano al mistero della sofferenza di una persona non sono degne dei cristiani. Da ogni situazione, invece, può venire soltanto del bene se quanti vi sono coinvolti predispongono tutto affinché ogni cosa avvenga conservando la fede e secondo carità, cercando la verità nella dolcezza della comunità.

Molti si interrogano anche su questa “ostensione” della malattia di Giovanni Paolo II, ma va detto che  anche questo modo di vivere la malattia e la corsa finale della vita è qualcosa che va rispettato, nella consapevolezza che esso riguarda l’intimità della persona: secretum meum mihi, “ciò che è nel mio intimo riguarda me”, dice tutta la tradizione spirituale. Ci sono papi, patriarchi, cristiani che hanno sofferto e sono morti in modo molto diverso: c’è chi quasi si nasconde, vive la malattia nella solitudine, dando all’itinerario finale la dimensione dell’intimità. Il grande patriarca Athenagoras, giunto a ottantaquattro anni e vistasi avvicinare la sua ora a seguito di una caduta con frattura del femore, chiese ai suoi collaboratori di essere lasciato solo in camera, con accanto al letto il pane e il vino eucaristici, per poter morire solo come un monaco. C’è chi, come Pio XII e Paolo VI, ha percorso un cammino in modo molto silenzioso e intimo; c’è Giovanni XXIII che con grande sapienza e decisione è passato da questo mondo a Dio in modo glorioso, con tutto il mondo, potremmo dire, al suo capezzale…

Le modalità nel vivere la malattia sono diverse: quello che è determinante nella vita cristiana è che sempre sia vissuta non come un evento che ci domina ma come un’occasione per fare di se stessi un “figlio di Dio”, per mostrare verso tutti di essere un fratello, una sorella che, anche nella dolorosa esperienza della malattia, sa amare e accetta di essere amato: questo è l’elemento essenziale per vivere da cristiani l’approssimarsi della morte, al di là delle differenti modalità. Non a caso, anche la morte di Gesù è narrata in modi diversi: nel Vangelo di Marco, Gesù muore solo, abbandonato da tutti, muore nell’angoscia con un grido sulle labbra; nel quarto Vangelo, invece, muore come se regnasse, in un commiato glorioso dai suoi, cominciando a regnare sull’universo; nel Vangelo di Luca la morte di Gesù è chiamata “spettacolo, contemplazione” perché avvenuta di fronte a molta gente che lo ha visto morire tra due malfattori e ha potuto sentire le parole di quel condannato rivolte a uno dei compagni di supplizio: “Oggi sarai con me nel Pardès, in Dio”.

Giovanni Paolo II ha lasciato l’ospedale ed è tornato in Vaticano: rispettiamo il suo dolore, la sua malattia, la sua convalescenza, non pretendiamo di “vederlo” a ogni costo e subito, non sottostiamo alle esigenze poste dai media per cui uno esiste solo se “appare”. Nel messaggio per la Quaresima, scritto pochi giorni prima di essere ricoverato, il papa ha ricordato che “l’invecchiamento, con i suoi inevitabili condizionamenti, può diventare occasione preziosa per meglio comprendere il mistero della croce che dà senso pieno all’umana esistenza”. Parole scritte certamente per se stesso e per noi. Sì, anche quest’ora del suo pontificato è un’occasione propizia da vivere con sapienza.

Enzo Bianchi

 
Convertirsi, cioè tornare a vivere Print E-mail
Avvenire, 8 febbraio 2005

Negli anni dell’immediato post-concilio, grazie anche alla riscoperta della parola di Dio all’interno delle comunità cristiane e a una ritrovata freschezza del suo impatto nelle vicende quotidiane, si era fatta strada in molti credenti un’attenzione per la predicazione profetica e per la sua pregnanza negli eventi sociali contemporanei. Autenticità e non ipocrisia del culto, diffidenza se non rifiuto nei confronti di pratiche ascetiche di cui si era smarrito il senso profondo e conservata l’esteriorità del rito, attenzione alle cause nascoste più che alle manifestazioni delle situazioni di disagio, predilezione per i poveri e dure invettive verso i ricchi…  Oggi il clima è cambiato, e certi toni giudicati “sconvenienti” nel loro richiamo a una radicalità evangelica sembrano confinati a qualche irriducibile nostalgico di una stagione tramontata oppure relegati a lontani orizzonti geografici, ai margini dell’opulento occidente. Parole come quelle di Isaia – “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6) – suonano stonate oggi, eppure restano parola di Dio per noi cristiani, al pari del canto di Maria nel Magnificat che celebra il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53).

Ora la Quaresima può essere davvero il tempo propizio che ci riporta, ci fa tornare – è il senso primario della conversione – all’autenticità di una vita cristiana secondo la volontà di Dio, anche nelle sue espressioni di sobrietà e di ascesi. Così il digiuno può assumere di nuovo i suoi connotati più marcatamente biblici e cristiani: non una pur sana disintossicazione dalla bulimia generalizzata, non una semplice pratica per ritrovare il benessere fisico, ma un modo di esprimere con tutte le fibre del nostro essere il fatto che vero nutrimento per noi è ogni parola che esce dalla bocca di Dio, un reimparare la disciplina dell’oralità perché noi siamo ciò di cui ci nutriamo e la nostra bocca parla dalla pienezza del cuore. Un modo, il digiuno, anche di condividere con semplicità e immediatezza i beni di questa terra, dati a noi perché diventino di tutti e non di pochi; un modo di richiamare la nostra vigilanza sul fatto che l’astensione da praticare non è solo e tanto quella da un boccone di cibo, ma dal nutrirsi dell’ingiustizia, dall’ingrassare in potere e ricchezza a spese degli ultimi, dall’ignorare il fratello nel bisogno. Digiuno e astinenza dalle carni significano allora cessare di divorare la carne del povero, lottare perché tutti possano avere del pane, battersi perché malattie devastanti vengano debellate ovunque e non stornate dai nostri paesi verso altre regioni, come fastidiosi uragani, interrogarsi sulle ingiustizie quotidiane che avvelenano la vita degli uni e consolidano lo star bene degli altri. Oggi, come ai tempi di Isaia e di Amos, è questo il digiuno più difficile da vivere, il più raro da incontrare, ma oggi come allora è l’unico gradito al Signore.

Enzo Bianchi

 
Vivre la mort Print E-mail

© 2005 Parole et silence

La mort est un événement inéluctable de notre existence face auquel nous pouvons faire preuve d'acceptation ou de révolte. Elle engendre angoisse et peur parce que nous gardons inscrit au fond de notre coeur le sens de l'éternité.

Or, depuis quelques décennies, la mort est dérobée à l'homme et notre vie risque de ne plus être confrontée au moment de notre propre finitude, nous faisant perdre toute capacité de rapport authentique avec les hommes, les créatures, le monde dans lequel nous avons été placés.

Comment un chrétien peut-il annoncer la Résurrection du Christ sans prendre au sérieux la mort et en faire l'acte suprême de la vie, l'acte d'abandon au «Dieu des vivants et non des morts»? Fruit de la contemplation et d'un contact assidu avec l'Écriture, cet ouvrage est le premier tome d'une méditation et d'une anthologie sur la mort qui abordent sans détour la question la plus radicale de toute vie humaine.

Présentation de l'éditeur
© 2005 Parole et silence

traduzione francese del libro di ENZO BIANCHI
Vivere la morte
© edizioni Gribaudi, 1980

 
I cristiani? Non sono perseguitati Print E-mail

I cristiani? Non sono perseguitati

La Stampa, 29 gennaio 2005

La recente firma della Costituzione europea e il processo della sua ratifica da parte dei singoli stati ha riacceso il dibattito sulla storia dell’Europa e ha risvegliato il rammarico di molti credenti per la mancata menzione delle radici cristiane nella carta costitutiva del nostro continente. Si è preferito tacere una verità storica, dimenticando che riconoscere il proprio passato – con le sue luci e le sue ombre – non significa identificarsi con esso: così, menzionare che il cristianesimo ha contribuito in modo determinate alla formazione della cultura europea e dell’idea stessa dell’Europa non sarebbe equivalso ad affermare che ancora oggi il cristianesimo fornisce un’identità collettiva all’Europa. “Riconoscere la nostra appartenenza a una società che vuole indagare i fondamenti della propria legittimità – scrive Paul Ricoeur – costituisce un atto di veracità” e il percorso può essere solo il risalire la lunga storia, il “racconto” a più voci le cui radici affondano nell’etica greca delle virtù, nella romanità, nel cristianesimo – a volte in confronto-scontro con l’ebraismo e con l’islam, altre volte in tensione o rottura al proprio interno – nell’illuminismo… Forse si è avuto il timore che dalla menzione delle radici cristiane si fosse obbligati a dedurne che l’Europa di oggi è cristiana e che al cristianesimo deve ispirarsi.

Da più parti si sono fatte letture severe sull’attuale condizione dell’Europa: timorosa nella piena assunzione del proprio passato, ma anche “stanca”, con le sue democrazie divenute materialiste ed edoniste, affette da nichilismo, incapaci di aprire un futuro al continente. Il cardinal Ratzinger parla di un’Europa che “nonostante la sua perdurante potenza politica ed economica, viene vista sempre più come condannata al declino e al tramonto”, come fosse “svuotata dall’interno”. Sono giudizi duri, che a volte cedono all’identificazione, semplicistica e rischiosa, tra Europa e occidente, magari saldando entrambi con il cristianesimo; ma non va dimenticato che oggi, a differenza di un tempo, l’Europa ha un’enorme risorsa: la capacità di essere critica. Risorsa preziosa per un pensiero e una cultura plurale e aperta al futuro: infatti, come ha mostrato con chiarezza Hanna Arendt, proprio l’acriticità ha dato origine ai totalitarismi. Sì, è questa, nel bene e nel male, l’Europa in cui viviamo tutti come cittadini e i cristiani come discepoli di Gesù Cristo, è questa l’Europa in cui dobbiamo assumere precise responsabilità perché il suo futuro sia a servizio dell’intera umanità e contrassegnato dal dialogo, dal confronto tra le diverse culture e religioni, dalla ricerca della giustizia e della pace per tutti.

In questa Europa i cristiani non sono né perseguitati, né assediati – ce lo ha ricordato recentemente anche un acuto editoriale di Civiltà Cattolica– ma, anzi, sono invitati a un confronto con la modernità, con la complessità, con il pluralismo culturale, religioso ed etico. Certo, i cristiani dovrebbero avventurarsi in questo confronto fiduciosi nella forza di impatto dell’umiltà cristiana, non mettersi in  concorrenza con eventuali e momentanee arroganze di altre religioni, dovrebbero essere pronti a rinunciare a certi diritti e privilegi, acquisiti nel passato ma che oggi costituiscono un ostacolo per una proposizione credibile della loro fede. La viakenotica, dell’umile abbassamento, percorsa da Cristo è l’esempio che i singoli cristiani e le chiese sono chiamati a seguire. Secondo la bella espressione di Martin Buber, “il successo non è uno dei nomi di Dio”, e quindi i cristiani non saranno ossessionati dal dover ottenere risultati che rispondono più a una logica di riconquista che non a una comunicazione della fede come il vangelo la vuole e la determina.

Qui si impone una precisazione sulla cosiddetta “nuova evangelizzazione”, quello sforzo in cui si è da anni impegnata la chiesa ma che non può assurgere a panacea che sana i problemi della modalità di presenza cristiana e del suo apporto all’edificazione dellapolis europea. Nuova evangelizzazione non significa imporre all’Europa il vangelo e l’appartenenza alla chiesa, non significa effettuare una retroevangelizzazione che ci riporti a un occidente cristiano precedente la modernità, tanto meno significa tentare un futuro confessionalistico che non tenga conto dell’orizzonte ecumenico assunto soprattutto dal concilio e dal pontificato cattolico di questi ultimi decenni. “È l’ora di uscire da ogni strettoia confessionale – scrive il teologo Jürgen Moltmann – per avanzare insieme al largo. È l’ora dell’ecumenismo per una nuova Europa, altrimenti le chiese diventeranno religione del passato”. Evangelizzazione e dialogo dunque, perché evangelizzare significa anche ascoltare il mondo, ascoltare gli uomini e le donne di oggi per poter annunciare loro la buona notizia in un linguaggio comprensibile. Più che mai valgono queste parole di Paolo VI: “La chiesa entra in dialogo con il mondo in cui vive, la chiesa si fa parola, la chiesa si fa messaggio, la chiesa si fa conversazione” (Ecclesiam suam67). La comunicazione della fede deve dunque essere un processo spirituale che inizi le persone al mistero della loro esistenza e non un indottrinamento dogmatico e morale, non deve forzare la porta delle case per portare il suo messaggio, né tanto meno per convertire qualcuno a qualsiasi prezzo.

La chiesa non può sentirsi e comportarsi come una fortezza assediata, anche se all’orizzonte europeo apparisse un atteggiamento aggressivo da parte del mondo non cristiano: fin dai suoi inizi, infatti, la chiesa sa che l’ostilità nei confronti del messaggio del vangelo non può essere né rimossa né evitata. Nessuna tentazione di mobilitazione di ordine politico, nessuna chiamata in soccorso lanciata a quegli “atei devoti” – o, meglio, “atei clericali” – che, da sempre estranei o diffidenti verso il cristianesimo, oggi lo scoprono come possibile strumento utile a consolidare il loro posizionamento nella società. I cristiani sappiano anche evitare ogni manifestazione di integralismo che crea per reazione diffidenza e ostilità da parte dei laici: il nostro passato e la laboriosa convivenza raggiunta dovrebbero averci insegnato che laicismo e clericalismo si nutrono a vicenda.

Quando i cristiani manifestano sfiducia nella forza evangelica propria dell’umiltà cristiana e dell’inermità della fede, quando progettano una “religione civile” cercando di instaurare presìdi e tentando alleanze strategiche con chiunque offra un appoggio alla forza di pressione cristiana nei confronti della società, allora confondono la chiesa con il regno di Dio, progettano una cristianità che appartiene al passato, che non può essere risuscitata e che, soprattutto, contraddice la buona notizia di Gesù.

Nella costruzione dell’Europa i cristiani sono tuttavia convinti che la politica, rimane determinante anche per la vita dei credenti nella società. Giovanni Paolo II nel 1988, di fronte al Parlamento europeo confessava che nei secoli della cristianità sovente si era perduto di vista il principio proclamato per la prima volta da Gesù della distinzione essenziale tra politica e religione, tra ciò che compete a Cesare e ciò che compete a Dio. Negare o sminuire questa distinzione è una tentazione costante, mai vinta una volta per tutte, e colpisce sia i “difensori” di Dio che quelli di Cesare: così sempre troviamo quanti vorrebbero identificare la fede cristiana con l’ordine politico, auspicando di fatto uno stato confessionale e quanti vorrebbero specularmente un ordine politico sostenuto e garantito dalla religione, con l’esito della “religione civile”. Le tensioni tra chiese e governi si accenderanno sempre più se il principio di laicità sarà minacciato su un versante da un laicismo che non consente alle fedi la manifestazione pubblica e, sull’altro, da una nuova forma di confessionalismo che vorrebbe imporre a una società etnicamente, culturalmente ed eticamente plurale la propria posizione di pensiero e di prassi come esclusiva.

Enzo Bianchi

 


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