| Lavoro e povertà |
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Il lavoro di ciascuno all’interno della comunità (coltivazione della terra, produzione di marmellate, falegnameria, tipografia ed edizioni Qiqajon, atelier di ceramica, redazione di commenti biblici, traduzioni, ecc.) come all’esterno della comunità (nella scuola, negli ospedali), lavoro i cui proventi sono consegnati al fratello incaricato affinché sia radicale la condivisione dei beni, consente di vivere della fatica delle proprie mani, partecipi della comune condizione degli uomini. Tutti poi fanno in comunità lavori manuali, anche quelli più umili (cucina, lavapiatti, pulizia delle case riservate all’ospitalità e degli ambienti comuni, ecc.), coscienti di servire così i fratelli e gli ospiti. La povertà, vissuta anzitutto attraverso il lavoro, è intesa come condivisione radicale dei beni sia materiali che spirituali, come spogliazione di sé, riduzione all’essenziale delle esigenze di ciascuno, tensione a non “attaccarsi” a niente e a nessuno, in vista della semplificazione di sé per una maggiore unità interiore. Essa però non è vissuta legalisticamente e tantomeno in modo cinico, né si accompagna ad alcun genere di disprezzo delle realtà create, di cui anzi si cerca di usufruire con rendimento di grazie, accogliendo e facendo emergere la bellezza e la bontà insite nella creazione; il creato, infatti, come insegna l’apostolo Paolo, è voluto e sostenuto da Dio, e attende la liberazione per entrare anch’esso nella libertà dei figli di Dio (cf. Rm 8,21). |

