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Vigilanza e compassione Stampa E-mail

Bose, 7-8 dicembre 2007

“Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare oggi giorno e ogni ora, ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene”, così chiude le sue Regole morali Basilio di Cesarea. Il discepolo di Gesù abita il tempo riscattandolo dalla sua insensatezza attraverso la vigilanza di chi attende qualcuno, non passivamente, ma attivamente. Con quella vigilanza di chi attendendo qualcuno non stacca i piedi dalla terra, ma nella misura in cui si apre ed accoglie l’altro, si apre ed accoglie il suo signore. Con la compassione facciamo abitare in noi l’altro con la sua sofferenza, la sentiamo in noi come la nostra sofferenza. Così se il dolore isola e abbruttisce, attraverso la compassione noi manteniamo il legame con l’altro, lo riconosciamo come essere umano, nostro fratello, lo strappiamo dall’indifferenza e dalla solitudine, ma nel contempo l’altro, colui o coloro che attraversano la sofferenza, custodiscono in noi la nostra dignità di uomini nella misura in cui noi li accogliamo e onoriamo come essere umani. La compassione si identifica con la presa in carico della nostra comune umanità, in quanto ognuno sa bene di non esistere senza questa relazione con l’altro, e che noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri, e a tutti i livelli dell’esistenza, in maniera particolare nei nostri momenti di debolezza, di solitudine, di abbandono e di paura di fronte alla sofferenza e alla morte. Tale reciprocità assume la nostra comune umanità ma non prescrive la giusta condotta, ma sollecita un’intelligenza delle situazioni e una sensibilità per individuare il comportamento giusto. “Il samaritano della parabola di Luca 10 non agisce per osservanza religiosa, o per fedeltà a una regola eteronoma di origine trascendente; la grande forza del testo evangelico consiste giustamente nel presentare il gesto come conseguenza logica di un dovere di umanità, in cui il samaritano manifesta la sua dignità di persona umana, e al tempo stesso riconosce nel ferito senza voce un’uguale dignità umana” (Paul Valadier).