| La morte di Gesù nel vangelo di Matteo |
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Page 1 sur 3 La prima parte della narrazione della morte di Gesù secondo Matteo (27,45-50) è piuttosto simile a quella di Marco. Matteo, che a differenza di Marco non aveva annotato l’ora della crocifissione di Gesù (Marco 15,25), adesso indica la durata delle tenebre: tre ore, da mezzogiorno alla tre del pomeriggio. Tre ore di silenzio, di immobilità, in cui l’evangelista non registra né parole né azioni. “Verso” le tre Gesù grida a gran voce la parole che danno inizio al salmo 22. Questo grido paradossale esprime bene il senso della relazione con Dio da parte del credente ebreo, dunque anche di Gesù. Noi siamo abituati a definire il rapporto con Dio una “fede” il cui soggetto è l’uomo. Un uomo crede, oppure no, in dio. Ma il rapporto con Dio come emerge nei salmi (e Gesù sta pregando un salmo) e in genere nella preghiera biblica, è diverso. Là, il soggetto è Dio. E il rapporto con Dio sgorga da Dio stesso. Sicché anche quando l’uomo dispera di Dio, non può staccarsi da lui. Qui Gesù si sente abbandonato da Dio, e il suo grido dice tale angoscia, ma al tempo stesso egli non può far altro che rivolgersi a quello che rimane il suo Dio. Gesù si manifesta come credente anche nel momento supremo della sofferenza e della morte. E si manifesta come obbediente Così appare dall’espressione utilizzata per indicare il morire di Gesù: “Emise – letteralmente ‘lasciò andare’ – lo spirito” (Matteo 27,50). La morte come gesto di obbedienza! Questa espressione può indicare semplicemente il morire di Gesù, ma dato che il termine pneûma (“spirito”) in Matteo non ha mai valore antropologico, non si può escludere un riferimento allo Spirito santo e a un senso teologico dell’espressione non distante da quello che troveremo nella narrazione della morte di Gesù in Giovanni 19,30. Questa valenza teologica della morte di Gesù e l’eventuale dono dello Spirito sono in linea con la valenza rivelativa di tale morte che Matteo mette in luce.
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