| Armonia poetica della preghiera |
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Corriere della Sera, 27 marzo 2008 Di cosa la Chiesa non può fare a meno? Se uno dovesse rispondere a questa domanda guardandosi attorno, dovrebbe dare risposte imbarazzanti: in una Chiesa il cui disorientamento è al cuore del disorientamento del mondo, sono tenuti in gran conto l' essere temuti, le esibizioni d' identità, l' arroganza come comunicazione standard morale, la visibilità politica o economica. Eppure tutti, cristiani o no, sanno che non è così. Sanno che di queste cose la Chiesa può fare a meno, ha fatto e farà a meno ogni volta che il vento della storia la farà tornare all' essenziale della fede: che quanto più è incarnata e concreta, tanto più sorride di quel dispiegamento di mezzi di cui chiacchiera la politologia. Fra le cose di cui, invece, non può mai fare a meno è la presenza degli oranti: uomini e donne che fanno spazio nella loro vita alla preghiera, senza ripromettersene niente, perché la preghiera, quando è autentica, non serve assolutamente a niente. Non garantisce sulla sua continuazione, non affina la qualità di chi la fa sua, ma esiste anche quando diventa puro sguardo, mutismo amaro, urlo che bussa al cielo. Agli oranti, oggi, non si rivolge nessuno: non fondano partiti, non fanno crociate, non danno neppure garanzie di militanza o di moralità. Ma non per questo gli oranti non esistono. Invisibili nella loro sublime inutilità specifica, partecipi d' un coro senza confini, ci ricordano che alla fine nella vita di tutti sono proprio le cose più «inutili» quelle che ci tolgono il sonno, che fanno fremere il desiderio e forse muovono perfino gli strati profondi della storia. E anche per gli oranti escono libri. Uno di questi va in libreria in questi giorni e merita l' attenzione di tutti. È il libro dei Salmi di cui la comunità di Bose lima da anni una traduzione dalla straordinaria forza spirituale, poetica, teologica.
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