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Merton e l’etica del viandante Print E-mail

Merton e l’etica del viandante

Avvenire, 9 ottobre 2004

“La sua storia è finita. Ora non resta che comprenderla”, scriveva Merton nel suo diario all’indomani della morte di Boris Pasternak, con il quale era stato per anni in fecondo contatto epistolare. Potremmo dire così anche di lui: poeta di rara genialità creativa, monaco capace di luminose intuizioni spirituali, uomo di ardente passione per la pace e il dialogo. “La sua storia è finita” il 10 dicembre 1968 a Bangkok, in una stanza di albergo, accanto a un ventilatore difettoso, eppure ancora oggi – nonostante centinaia di opere, saggi, articoli su di lui, nonostante la continua riedizione dei suoi scritti e la pubblicazione postuma di migliaia di pagine dalle sue lettere e dai suoi diari, nonostante convegni e iniziative di studio – “non resta che comprendere” in profondità una vicenda spirituale che è stata un incessante viaggio interiore.

Impresa non facile quella di giungere al cuore della testimonianza umana, cristiana e monastica di Merton, impresa mai finita, la cui variegata ricchezza è stata sperimentata da Merton stesso, prima ancora che dai suoi lettori e commentatori. Così scriveva a metà degli anni sessanta: “rimanere ancorati al passato equivale a perdere la propria continuità con il passato, perché significa restare ancorati a quanto non c’è più. Le mie idee, pur muovendosi sempre intorno a un unico centro, cambiano di continuo e io sto guardando quel centro da un luogo sempre diverso”. E l’unico centro rimase sempre per lui il volto di Dio rivelatosi in Gesù e nascosto nel cuore di ogni uomo.

Pochi anni dopo, nel 1967, così scriveva in vista di un “messaggio di un cosiddetto contemplativo a un cosiddetto uomo del mondo”: “Nella mia solitudine sono diventato come un esploratore per te, un viandante di regni che tu non sei in grado di visitare: sono stato chiamato a esplorare un’area deserta del cuore umano… un’arida, rocciosa, oscura terra dell’anima, talvolta illuminata da strani bagliori che gli uomini temono e popolata da spettri che essi astutamente evitano, tranne che nei loro incubi”. Viaggio, ricerca, esplorazione sono forse i termini che meglio rendono un’idea della vita e del cuore di Merton: non a caso c’è chi ha utilizzato come chiave interpretativa della sua figura proprio l’unico viaggio da lui compiuto dopo la sua entrata in monastero, viaggio conclusosi in maniera tragica a migliaia di chilometri di distanza ed esattamente 27 anni dopo. Sì, quel suo riconoscersi un cercatore chiamato “a esplorare un’area deserta del cuore umano” anche a nome di chi questa ricerca non può o non vuole compiere mi pare il suo lascito più prezioso, un’eredità destinata a non esaurirsi e impossibile a essere delimitata.

Da monaco autentico, Merton ha perseguito questa ricerca dimorando in un cammino di unificazione interiore: così, più si dilatava la sua apertura verso universi nuovi, più lui veniva ritirandosi in una vita eremitica, solitaria. Significative a questo proposito alcune pagine del suo diario scritte nel settembre 1968, alla partenza di quel viaggio verso oriente che tanta parte ha avuto nella dimensione interiore degli ultimi anni della sua vita: “Parto con lo spirito completamente aperto: spero senza particolari illusioni. La mia speranza è semplicemente di godere del lungo viaggio, di profittarne, di imparare, di cambiare, forse di trovare qualcosa o qualcuno che mi aiuti a progredire nella mia ricerca spirituale… L’importante è rispondere perfettamente alla volontà di Dio nell’occasione provvidenziale di questo viaggio, a prescindere da che cosa possa portare”. E pochi giorni dopo, durante una tappa nel monastero di Christ in the Desert in New Mexico, aggiungerà: “Un viaggio è una brutta morte se, con sottile artificio, ci si aggrappa o non si rinuncia a tutto ciò che si era prima di partire, cosicché alla fine non si cambia per nulla. Lo stimolo nuovo permette di aggrapparsi più vistosamente alle solite illusioni familiari e distorte. Si ritorna a casa avendo solo rinsaldato e ampliato la propria ingordigia, con nuove abilità (reali o immaginarie) di soddisfarla. Io non sto tornando ‘a casa’, lo scopo di questa morte è diventare davvero senza dimora”.

Così, chi pensasse che tutto l’impegno di Merton, il suo prendere parola a tempo e fuori tempo, il suo farsi carico delle fatiche e degli aneliti dei suoi contemporanei sia stato un recitare la parte del poeta anticonformista, non solo compirebbe un errore di giudizio, ma si priverebbe della possibilità di capire l’autenticità di un’intera esistenza, passerebbe accanto a un esempio raro di quella sancta simplicitasche non è ingenuità bensì il ricondurre tutto al simplex, all’unità profonda, il pervenire alla contemplazionecome capacità di leggere il mondo intero con gli occhi stessi di Dio.

Del resto così descriveva la vocazione monastica in una conferenza tenuta a Calcutta davanti a un uditorio composto in massima parte da buddisti: “il compito del monaco o della persona marginale, della persona meditativa e del poeta è quello di andare al di là della morte anche in questa vita, di andare al di là della dicotomia vita-morte ed essere perciò un testimone della vita… Miei cari fratelli dell’Oriente, noi non stiamo per scoprire una nuova unità, stiamo semplicemente riscoprendo una vecchia unità. Noi siamo già una cosa sola, ma pensiamo di non esserlo. Quello che dobbiamo recuperare è la nostra unità originaria: ciò che noi dobbiamo essere è ciò che siamo”. E nella conferenza che precedette immediatamente la sua morte, ricordava come il monachesimo “sia quello buddista che quello cristiano, cercano la soluzione dei problemi partendo dall’interno dell’uomo stesso: invece di prendere in considerazione le strutture esterne della società, essi cominciano con la coscienza dell’uomo… È la totale confusione della sua coscienza che non permette all’uomo di percepire la realtà come essa è veramente”.

Emblematica dell’esito mai concluso della ricerca delle radici del senso, che tanto appassionò Merton è una delle sue ultime annotazioni nel diario, profeticamente stesa solo quattro giorni prima della morte: “La mia prossima tappa sarà il congresso di Bangkok. Poi l’Indonesia: lì inizierà un viaggio del tutto nuovo. Non so ancora con certezza dove mi porterà… ma il viaggio è solo all’inizio. Alcuni dei luoghi che sin dall’inizio volevo davvero vedere non sono ancora stati raggiunti”. Il volto di Dio e il cuore dell’umano, che Merton ha tanto desiderato vedere, li ha raggiunti in altro modo, concludendo in modo imprevisto “la sua storia. Ora non resta che comprenderla”.

Enzo Bianchi