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Cristo è risorto Stampa E-mail

Che significa celebrare la Pasqua nel nostro mondo pieno di sofferenze, di odio, di ostilità, di guerre? Che cosa vuole dire la liturgia orientale quando ci fa cantare che Cristo «con la morte ha vinto la morte» e ci fa ascoltare «che non c’è più alcun morto nei sepolcri», mentre la morte esiste ancora ed è l’unica certezza assoluta in questo mondo, a dispetto di tutta l’agitazione umana?

Non c’è una risposta definitiva a questa domanda, non esiste una spiegazione di questa fede pasquale dimostrabile scientificamente. Ciascuno può soltanto testimoniare la propria esperienza. Ma se vi riflettiamo, proprio al cuore di questa esperienza vissuta e personale, scopriamo ad un tratto il fondamento di tutto, che cancella tutti i nostri dubbi e interrogativi come il fuoco che fonde la cera e illumina ogni cosa di luce abbagliante. Qual è dunque questa esperienza? Non posso descriverla e definirla altrimenti che come l’esperienza del Cristo vivente. Ciò che rende possibile la festa stessa della Pasqua, ciò che riempie di luce e di gioia questa notte unica e fa risuonare con forza il grido di trionfo «Cristo è risorto! E’ veramente risorto!», è proprio la mia fede nata dall’esperienza del Cristo vivente. Come e quando essa è sorta non lo ricordo più. So solo che quando apro i vangeli e leggo le parole di Gesù e il suo insegnamento, ripeto dentro di me con tutto il cuore e con tutto il mio essere, le parole degli inviati dei farisei, venuti per arrestare Gesù e ritornati senza averlo potuto fare: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo» (Gv 7,46). La prima cosa che so è che l’insegnamento di Cristo è vivo e che nulla al mondo può essergli paragonato. Questo insegnamento mi parla di vita eterna, di vittoria sulla morte, di un amore che vince la morte. Ormai so che nella vita in cui tutto sembra difficile e quotidiano, l’unico bene che rimane e che non cambia mai è proprio la coscienza che Cristo è sempre con me. «Non vi lascio orfani. Ritornerò da voi» (Gv 14,18). Viene a noi e noi possiamo sperimentare la sua presenza. Nella preghiera, nel fremere dell’anima, nella gioia incomprensibile eppure così intensa, nella presenza misteriosa e certa della sua persona, nella chiesa che prega e che celebra i sacramenti, ogni volta questa esperienza cresce e si amplifica: il Cristo è presente, le sue parole si sono compiute. «Se uno mi ama io lo amerò e mi manifesterò a lui; e noi verremo e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,21.23). Nella gioia e nella sofferenza, in mezzo alla folla e nella solitudine, ritroveremo la certezza della sua presenza, la forza della sua parola, la gioia della fede in lui. Ecco la sola risposta e la sola prova.

Perché cercare tra i morti colui che è vivente? Perché piangere l’incorruttibile nella corruzione? Il cristianesimo non è nient’altro che il sentimento rinnovato di questa fede e la sua incarnazione. Pasqua, infatti, non è il ricordo di un evento passato. E’ l’incontro reale nella gioia e nel gaudio con colui nel quale il nostro cuore ha scoperto la vita e la luce. La grande notte pasquale testimonia che Cristo è vivente e che noi siamo viventi in lui. E’ un richiamo a vedere nel mondo e nella vita l’alba del giorno misterioso del regno di luce. La chiesa orientale canta: «In questo giorno la primavera si espande, il suo profumo e la creatura rinnovata si rallegra». Essa si rallegra nella fede, nell’amore, nella speranza. «E’ il giorno della resurrezione. La festa ci illumini, abbracciamoci gli uni gli altri come fratelli, nel nome del risorto perdoniamo coloro che ci odiano e cantiamo “Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte e a coloro che giacevano nei sepolcri ha donato la vita”. Cristo è risorto!».

Alexander Schmemann, Christ est ressuscitè, pp. 26-28