| Pratica l'ospitalità |
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Mi chiedi come sia possibile praticare quell’ospitalità autentica, che permetta un vero incontro tra chi accoglie e chi è accolto. Nelle nostre società occidentali l’ospitalità sembra più difficile da praticare. I popoli seminomadi del Medio oriente, testimoniatici dalla Bibbia, avevano un altro modo di fare: senza dubbio ti ricordi dell’episodio di Abramo a Mamre, che, assopito sulla soglia della tenda nell’ora più calda del giorno, ha accolto i tre stranieri sconosciuti con premura e generosità (cf. Gen 18,1-8). È l’esempio di un costume antico, disgraziatamente in via di scomparsa nella nostra parte del mondo. Senza dubbio è in parte esito del carattere consumistico della nostra società: così, sovente, niente carta di credito, niente prenotazione della camera d’albergo... Non solo: l’altro, lo straniero, a causa della sua diversità, suscita paura. Paura che ci spinge all’isolamento, alla chiusura sotto il pretesto, forse, di custodire la nostra identità. Questo atteggiamento di sfiducia e di difesa tende a influenzare i nostri rapporti al punto da non praticare piô l’ospitalità nemmeno verso i nostri “prossimi”, verso chi è “più vicino”, chi vive accanto a noi. Pensiamo che l’ospitalità si limiti a chi invitiamo: ora l’invitato non è più un ospite e le attenzioni che gli riserviamo non appartengono all’ospitalità... L’altro non è chi scegliamo di invitare da noi, forse con un secondo fine – essere invitati a nostra volta (cf. Lc 14,12-14) –, ma chi viene da noi, spinto dagli eventi, senza che noi l’abbiamo scelto. “L’ospitalità è l’incrocio delle strade”, scrive il poeta Edmond Jabès.
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