| Ogni cosa a suo tempo |
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Invecchiare fa paura però rende più umano
Il giornale di Vicenza.it 30 dicembre 2010
Intervista di ALESSANDRA MILANESE
Aveva stupito due anni fa con Il pane di ieri, libro di ricordi agresti, quando la vita si viveva con più sapore; torna ora con Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi) Enzo Bianchi, fondatore e priore della comunità di Bose (Biella). Ancora memorie, ma Bianchi va più in profondità, si interroga. Il viaggio si apre e si chiude nella sua cella e traccia un bilancio. «Senesco», dice il monaco, «a vien vegg: invecchio».
Anziano a 67 anni?
Tra pochi mesi ne compirò 68, sento una diminutio delle forze, non mi alzo più con l'energia di un tempo e una semplice malattia lascia tracce. Poi c'è la paura di un domani incerto, della morte.
Nessun idillio dunque nel tratteggiare l'anzianità?
No, nessuna idealizzazione che sarebbe volerla rimuovere. Fisicamente c'è un declino. Ma dentro di me si fa strada un'occasione: guardare gli altri con occhi nuovi. Mi abita una forte gratitudine per chi ho conosciuto e ha contribuito a rendermi così e per le relazioni che ho, amici preziosi.
Nelle pagine del suo libro c'è una grande nostalgia per il Monferrato, per gli aromi di laggiù.
Ma non è un sentimento devastante. Vedete, fin da piccolo io sono stato abituato ad avere un rapporto pensato con le cose, anche inanimate. Adesso mi sento in relazione pure con le grandi morene che ci sono qui nel Biellese. Con i pochi animali — cani, un gatto, un gallo, un corvo — che mi circondano.
Allora la sua capacità di relazione è aumentata con l'età? Sono diventato più umano. La giovinezza... Gli aromi, mi ricordavate. C'era una donna — si chiamava Teresina del Muchét — che viveva sola, vestita sempre del solito abito nero che non lavava mai. Emanava quindi un certo odore eppure aveva il dono di far crescere le erbe aromatiche più profumate del mondo. La facciata della sua casa era coperta da un'immensa pianta di rosmarino. Suo solo desiderio era che voleva essere lei a staccare i rametti: per donarteli. Eppoi, mi ricordo, più grandicello, i falò sulle colline, i bric, che salutavano inizio e fine dell'estate. Quando quell'usanza cessò mi dispiacque molto. Era il nuovo, più artificioso, che veniva avanti.
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