| Cristo è risorto |
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Sulla resurrezione di Gesù le Scritture hanno moltiplicato, senza cercare affatto di coordinarle, le constatazioni di un’assenza-presenza che sfida la nostra intelligenza di per sé commisurata alla morte. La Vita risplende moltiplicando i suoi sprazzi di luce. Non voglio mettermi a discutere della tomba vuota – il mondo così a lungo segnato dalla morte è ormai una tomba vuota! – né delle numerose attestazioni della resurrezione. Si può forse conoscere una sinfonia analizzando l’inchiostro e la carta con cui è stata messa per iscritto? Non vale piuttosto la pena di porgere l’orecchio al dispiegarsi della musica? Quanti si affrettano a negare il mistero sono forse i più idonei a svelarne le tracce? Preferisco piuttosto quello straordinario poeta anonimo vissuto agli inizi del II secolo, il quale mette sulla bocca del Risorto queste parole, usando un linguaggio che sarà ripreso nella liturgia: “Ho spezzato i catenacci delle porte, più nulla mi parve imprigionato perché ero io la chiave di ogni cosa. Sono andato incontro a tutti i miei reclusi per liberarli perché nessuno sia più né carcerato né carceriere. Cristo, il Dio incarnato ha condiviso sino in fondo, e ancor oggi condivide la nostra condizione. Noi frantumiamo l’umanità in chiuse individualità, che si odiano o si confondono. Scissione che si prolunga e si dilata negli odi collettivi. Cristo invece, essendo “amore senza limiti”, non è separato da nulla, da nessuno di noi, dall’inizio alla fine della storia: “capolavoro d’uomo”, porta in sé l’intera umanità. Egli muore con noi, noi risuscitiamo con lui.
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