Ebrei e Cristiani: fratelli diversi

Maurycy Gottlieb, Ebrei in preghiera nella Sinagoga durante lo Yom Kippur, 1878, Museo di Tel Aviv.
Maurycy Gottlieb, Ebrei in preghiera nella Sinagoga durante lo Yom Kippur, 1878, Museo di Tel Aviv.
La Repubblica, 17 gennaio 2016
di ENZO BIANCHI

Papa Francesco visita la sinagoga di Roma: è la terza visita del successore dell’apostolo Pietro, l’ebreo di Galilea che per primo confessò la sua fede in Gesù quale Messia.

Sono passati cinquant’anni da Nostra aetate, il documento del concilio Vaticano II che inaugurava una nuova, inedita stagione di rapporti tra chiesa cattolica ed ebrei, dopo secoli di disprezzo, di negazione, a volte anche di persecuzione, e occorre riconoscere che il cammino percorso dalla chiesa da allora è stato deciso, convinto, mai titubante. Si potrebbe dire che, per vari motivi, c’è stato più impegno per questa riconciliazione che non per il cammino di ricerca della comunione tra le chiese cristiane. Il cambiamento è attestato da molti atti, documenti, iniziative, che sono stati assunti dalle comunità cattoliche, le quali ormai hanno dimenticato del tutto il linguaggio che definiva “perfidi giudei” quelli che ora sono chiamati, in modo teologicamente improprio ma certo benevolo e cortese, “fratelli maggiori”.

Nelle scorse settimane è stato pubblicato da un organismo della chiesa cattolica, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, un ulteriore documento, che vuole fare il punto sulla situazione dei rapporti tra le due comunità di fede. Anche questo è un testo coraggioso, nel quale si afferma con ancora maggior precisione e convinzione l’accettazione piena da parte della chiesa della Bibbia ebraica, detta Antico Testamento, e si confessa l’unità dei due Testamenti, precisando però con chiarezza che la chiesa legge le Scritture ebraiche attraverso l’ermeneuta definitivo, Gesù Cristo. Proprio dall’Antico Testamento, infatti, sono nate le due fedi, e sul rispettivo modo di leggere e interpretare le stesse Scritture sono restate unite e, nello stesso tempo, si sono separate. L’ebraismo post-biblico mise al centro della lettura la Torah, la legge, facendo sua l’eredità dei maestri farisei dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70 d.C.); il cristianesimo invece, accolse l’Antico Testamento ma lo vide realizzato in Gesù di Nazaret, l’ebreo marginale di Galilea confessato Signore crocifisso, morto e risorto, Dio vivente per sempre. A dire il vero, dunque, ebraismo e cristianesimo nascono dallo stesso ceppo come due fratelli gemelli, sebbene non simmetrici. Per la chiesa Israele resta il popolo delle promesse e delle benedizioni, in un’alleanza con Dio mai revocata e tuttora in vigore, mentre per Israele il cristianesimo resta ancora enigmatico e non da tutti gli ebrei viene letto e percepito teologicamente. Solo recentemente venticinque rabbini tra i più significativi (provenienti da Israele, Stati Uniti ed Europa) sono giunti a riconoscere “che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, ma un frutto della volontà divina e un dono per i gojim, le genti. Separando tra loro l’ebraismo e il cristianesimo Dio ha voluto creare una separazione tra compagni, non una separazione tra nemici”. Sono parole di grande novità ma non possono essere ascritte all’intero ebraismo, realtà teologicamente plurale e non gerarchicamente strutturata come la chiesa cattolica.

Con questa consapevolezza, si registra sia nella chiesa sia nell’ebraismo una grande volontà di collaborazione, soprattutto per l’azione redentrice del mondo, per la giustizia, la pace e la qualità della vita sulla terra. Restano tuttavia dei problemi e delle tensioni sempre pronte ad accendersi in polemiche e incomprensioni reciproche. La chiesa, infatti, che confessa Gesù Cristo quale unico Signore, non può ammettere un’altra via di salvezza che non sia quella aperta da Gesù stesso: salvezza che è offerta a tutti gli umani, nessuno escluso; salvezza che si decide sul comportamento umano nei confronti dell’altro, all’insegna della fraternità, della giustizia e della libertà; salvezza esercitata alla fine della storia dall’unico Giudice, Gesù Cristo. Resta perciò un mistero come i due popoli, per ora separati, possano camminare verso la salvezza su vie così distinte, vie che per i cristiani portano a Cristo. In ogni caso, nel “frattempo”, la chiesa non organizza la missione evangelizzatrice verso gli ebrei e si vieta ogni forma di proselitismo. A distanza di centocinquanta anni da quando fu fondata una congregazione proprio per la missione verso gli ebrei e la loro conversione, la chiesa confessa di non ritenere più opportuna la pratica di quella via, anche se non può smentire la propria convinzione della pienezza della rivelazione da parte di Dio in Gesù Cristo ed è dunque pronta ad accogliere chiunque, in piena libertà, voglia accedervi.

Se questa è la situazione fin qui maturata, non vanno tralasciati due elementi di frizione. Il primo si è manifestato più volte nei confronti di papa Francesco e del suo uso dei termini “farisei”, “scribi” e “dottori della legge”. Di fatto nei vangeli vi è polemica e condanna, anche sulle labbra di Gesù, nei confronti di queste componenti e figure rappresentative del popolo ebraico. Ebbene, papa Francesco, e non solo lui, non specifica ogni volta che il riferimento non riguarda tutti i farisei, tutti gli scribi, tutti i dottori della legge, ma che con queste espressioni si vuole innanzitutto ammonire quei cristiani, quegli ecclesiastici che oggi nella chiesa ripetono quei comportamenti patologici. Del resto già Girolamo scriveva: “Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi dei farisei!”. Il rabbino capo di Roma ha rimproverato sui media questo linguaggio al papa, contestandogli la connotazione negativa del termine “farisei”, i padri dell’attuale ebraismo, che hanno salvato l’eredità veterotestamentaria e hanno trasmesso la fede ebraica fino a oggi. È vero, i cristiani spesso citando il Nuovo Testamento non precisano che solo alcuni farisei, alcuni scribi, alcuni capi del popolo dei giudei hanno contraddetto Gesù, hanno polemizzato con lui e infine l’hanno condannato, perseguitando poi la chiesa nascente. Dunque questa tipizzazione, negativa come tutte le tipizzazioni, va abbandonata; ma gli ebrei devono ricordare che gli stessi rabbini polemizzavano con queste figure del tempo di Gesù.

Anche nella tradizione talmudica troviamo una tipizzazione del fariseo. Si legge infatti: “Non temere né i farisei né coloro che non sono farisei, ma temi gli ipocriti che sono simili ai farisei”. E ancora: “Ci sono dieci porzioni di ipocrisia nel mondo, nove delle quali a Gerusalemme”, capitale religiosa, dove abbondano gli uomini religiosi, pii e devoti.

Il Nuovo Testamento e i cristiani, quando denunciano i farisei, pensano in primo luogo a se stessi, ai legalisti, agli ipocriti, a quelli che ostentano la loro religiosità e vantano meriti: persone presenti in ogni religione e che sovente, ahimè, occupano le chiese e soprattutto il loro centro! Il vizio denunciato è antropologico e certo è presente con frequenza negli uomini religiosi, per i quali Dio è giustificazione a causa non del loro comportamento, che può anche essere irreprensibile, ma della loro appartenenza identitaria. Quando dunque il rabbino Di Segni afferma che “questo linguaggio del papa è pericoloso per l’ebraismo”, perché reintrodurrebbe l'idea di un Dio dell'Antico Testamento cattivo e di un Dio del Nuovo Testamento buono, non coglie l’intenzione né di Francesco né dei cristiani, che non vogliono giudicare gli ebrei ma la loro propria comunità, i propri membri, affetti dalle patologie riscontrabili in qualsiasi istituzione religiosa.

Il secondo elemento critico è quello che resta ancora oggi come una ferita aperta: la diversa comprensione della terra di Israele e del legame con essa. Noi cristiani comprendiamo che per gli ebrei la terra di Israele è, secondo l’ermeneutica da essi praticata sulla Bibbia ebraica, un dono di Dio rispondente alle promesse fatte ad Abramo e ai padri e che, di conseguenza, sentano un rapporto inscindibile tra la loro fede e quella terra. Ma gli ebrei devono a loro volta comprendere che proprio Gesù, da cui noi nasciamo come cristiani, ha spezzato quel legame con la terra, così come ha spezzato i vincoli con i legami di sangue e con il tempio. Se siamo coerenti con il Vangelo, noi cristiani non abbiamo né patria né terra: siamo pellegrini in ricerca e attesa della patria celeste, la santa Sion che discende dall’alto. Non neghiamo agli ebrei il diritto a un assetto politico e statale, ma affermiamo che comunque e sempre tutti gli umani devono costruire la società nella giustizia, nel rispetto dell’altro e nella solidarietà con gli altri, anche stranieri. La concezione del legame che gli ebrei hanno con la terra richiede in ogni caso che siano rispettate la giustizia, la libertà e la fraternità con tutti, senza che si ergano nuove barriere e muri di separazione. In questa azione gli ebrei troveranno sempre i cristiani fedeli al Vangelo come fratelli e sorelle solidali, accanto a loro e pronti a spendere la vita per loro, affinché il popolo di Israele viva.

L’incontro di domenica certamente rinforzerà questi legami, sarà ancora una volta memoria del male perpetrato da noi cristiani verso gli ebrei e sarà anche una pietra miliare sul cammino della riconciliazione che, per chi crede, avverrà come e quando Dio vorrà.

Pubblicato su: La Repubblica