Perché dobbiamo riscoprire la fede nella fiducia

Giovanni Frangi, Settembre - 2010, olio su tela.
Giovanni Frangi, Settembre - 2010, olio su tela.

 

La Stampa 2 aprile 2016

di ENZO BIANCHI

Di seguito parte dell'intervento che Enzo Bianchi ha tenuto nell'ambito del Festival della psicologia, alla Cavallerizza di Torino.

Non abbiamo bisogno di sondaggi per constatare come uno dei cambiamenti più significativi sopraggiunti nella società non solo italiana in questi ultimi decenni sia il venir meno della fiducia. Nelle istituzioni, certo: dallo Stato alla Chiesa, dalla scuola ai mezzi di comunicazione, dall'esercito alle amministrazioni locali, dai partiti ai sindacati ai comitati sportivi sembra che nessun organismo collettivo riesca ancora a conquistare e tanto meno a meritarsi la fiducia dei singoli. Ma non va molto meglio nei rapporti interpersonali: in famiglia, tra generazioni" tra colleghi di lavoro, persino tra amici e sodali fiducia e fedeltà sono doti rarissime che pochi sono ancora disposti a mettere in gioco.

Si tratta di un dato inquietante, per la coesione di una società ma anche, e forse soprattutto, per la qualità della vita umana di ciascuno. Come possiamo vivere senza fidarci di qualcuno?
Noi umani, per venire al mondo e crescere come persone, acquisendo una soggettività, abbiamo bisogno di qualcuno in cui ripone fiducia. Anzi, fin dal grembo materno il nascituro pone fiducia nella madre, crede in colei che percepisce come semplice matrice, si affida alla vita di cui si sente vivere, come abitato dalla promessa di poter accedete a una vita in pienezza. Mosso dall'istinto e dal desiderio, il bambino si abbandona alla madre e, anche
uscito dall'utero, cercherà costantemente il riferimento a colei che lo ha generato.

La nostra società ha ancora consapevolezza di questa dinamica presente in ogni essere umano? È cosciente che, se. non favorisce l'accesso alla fiducia-fede, vedrà proliferare persone «rivoltate», incapaci di vita sociale, impossibilitate a conoscere l'amore?

Senza questa fede umana, non c'è umanizzazione. Ecco perché la psicanalista e filosofa Julia Kristeva ha potuto addirittura intitolare un suo scritto: «Questo incredibile bisogno di credere». Per vivere è necessario credere, compiete questo atto di libertà e di amore, di cui non possiamo fare a meno se non disumanizzandoci.

Non possiamo limitarci a credere solo a quello che vediamo, ma dobbiamo compiere questo atto di fede anche verso realtà invisibili che pure esistono: credere a «promesse», credere al di là di quello che tocchiamo con mano.
In questo senso, il discorso sulla fede non riguarda solo i cristiani o i cosiddetti credenti: debitori come siamo di una certa visione manichea che separa credenti e non credenti, siamo incapaci di individuare i temi brucianti che riguardano tutti e che determinano i rapporti degli uni con gli altri.

Eppure, durante la propria esistenza, ciascuno si domanda se il vivete ha un senso, se può credere, fare affidamento su una parola, su «qualcuno»!

Ora, nello spazio della polis la fiducia negli altri è elemento essenziale non solo per la convivenza quotidiana, ma anche per giungere a delineare orizzonti condivisi attraverso il faticoso esercizio della democrazia. Quest'ultima nasce dal credere gli uni negli altri all'interno della communitas e muore quando prendono il sopravvento gli «increduli», cioè coloro che non nutrono fiducia negli altri, nella società e a volte nemmeno in se stessi.

Lo constatiamo nell'attuale crisi economica, sociale e politica che investe tutto l'occidente e rimette in discussione principi etici e acquisizioni giuridiche e sociali faticosamente affermatisi nel cammino umano. Libertà, giustizia, solidarietà, uguaglianza,dignità di ogni essere umano smarriscono il loro significato, evaporano come parole inconsistenti se viene meno la fiducia reciproca e nella possibilità dì un mondo migliore. Perché sulla capacità di credere si gioca il vivere insieme e la qualità della nostra esistenza.

Pubblicato su: La Stampa