Nell'amore non c'è timore

Maestro fiammingo, La donna di Betania (particolare), olio su tavola, 1510–1520, Budapest
Maestro fiammingo, La donna di Betania (particolare), olio su tavola, 1510–1520, Budapest

La Stampa 8 novembre 2016
di ENZO BIANCHI

Nel nostro racconto Gesù è invitato a tavola da Simone, un fariseo, un uomo religioso, osservante della Legge e giusto, irreprensibile nel suo comportamento. Egli accetta l'invito, entra a casa sua e si adagia a tavola insieme a lui per questo banchetto riservato solo a maschi. Ed ecco che una donna, notoriamente una prostituta, dunque una peccatrice manifesta e riconosciuta tale dagli abitanti di quella città, saputo che Gesù si trova a tavola in quella casa, con audacia si presenta al banchetto portando un vasetto di alabastro pieno di profumo. Entra furtivamente, di nascosto,si ferma «dietro» a Gesù (come i discepoli: cfr. Lc 9,23; 14,27), si rannicchia «ai suoi piedi» (in posizione di ascolto, di discepola, come Maria di Betania: cfr. Lc 10,39) e fa quello che sovente faceva per mestiere: lavare i piedi dei clienti e profumarli. Fa così anche con Gesù, ma con una significativa novità: lo fa gratuitamente, non richiesta, e lava i suoi piedi con le proprie lacrime, baciandoli con tutto l'amore di cui è capace. Ha sentito parlare di Gesù, lo ha ascoltato e lo ama a tal punto da osare con audacia un gesto straordinario. Un mestiere non scelto È una donna anonima non perché non abbia dignità, ma perché ognuno dei lettori e delle lettrici del vangelo possa non sentirsi estraneo alla sua condizione, quindi da lei rappresentabile.

E qui il lettore dimentichi la tradizione, dovuta a Gregorio Magno, che individua in questa donna sia Maria di Magdala sia Maria di Betania, che farà l'unzione dei piedi (o del capo) di Gesù alla vigilia della sua passione. Questa è una donna senza nome, che vive nel peccato della prostituzione. Mestiere, questo, che ai tempi di Gesù in Palestina non era scelto, ma al quale erano destinate fin da piccole le bambine abbandonate dai genitori o comprate come schiave. Sì, questa è innanzitutto una povera donna, vittima dell'abbandono o del dominio degli uomini, destinata da altri alla prostituzione. Ed ecco che, alla vista dei gesti compiuti da questa donna, subito si crea un grande imbarazzo e gli uomini religiosi là presenti, in primis il fariseo che ha invitato Gesù, restano scandalizzati: Gesù è un rabbi che non le imputa nulla, non l'accusa e si lascia palpare (verbo hàptomai, v. 39) da questa donna, riconoscibile come una prostituta dall'abbigliamento! L'intimità sempre disdicevole con una donna appare una grave offesa alla Legge perché quella donna è impura, è una prostituta.

Il fariseo è costretto dalla sua etica a pensare: o Gesù non è un profeta e non sa cosa stia avvenendo né chi sia quella donna, oppure è uno che in realtà ama questi gesti, la compagnia delle prostitute, il loro comportamento. La scena è intollerabile, imbarazza, perché ha indubbiamente una qualità erotica: quella prostituta palpa e tasta i piedi di Gesù, li bacia, li bagna con le lacrime e poi li asciuga con i suoi lunghi capelli. È una donna non velata come tutte le altre e fa i gesti nei quali le prostitute sono esperte per sedurre e dare piacere. Infine, tirato fuori un vasetto di profumo, cosparge con l'unguento i piedi di Gesù. Questo è davvero troppo! Questa eloquenza del corpo femminile in relazione al corpo di Gesù, un rabbi e un profeta, è inedita e fa paura! Gesù invece legge tutto diversamente: c'è una donna rannicchiata ai suoi piedi che tocca il suo corpo, piange fino a lavare i suoi piedi con le lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia senza dire una parola e li profuma.

Gesù vede una donna che ha sofferto e che soffre, che ama, una donna in cerca di amore, mentre il fariseo vede una peccatrice. Qui sta la differenza tra il rabbi Jeshu’a e gli altri esperti della Legge, gli uomini religiosi: Gesù non vede prima il peccato, ma la sofferenza, e qui soprattutto vede qualcuno che può essere amato nonostante i suoi peccati e che ama ancora; gli uomini religiosi si esercitano prima a spiare, a misurare il peccato, a emettere un giudizio, poi eventualmente vedono la sofferenza, che impongono agli altri, come esito del peccato! Secondo la Legge e il pensiero dominante quella donna impura, toccando il corpo di Gesù, gli comunicherebbe la sua impurità, ma il vangelo sottolinea piuttosto che lei sa trasformare in una manifestazione di amore verso di lui ciò che aveva sempre svolto come prestazione pagata. Spinta dall'amore, agisce senza timore: «nell'amore non c'è timore» (lGv 4,18)! Ciò che compie sta nel registro amoroso, e Luca descrive le azioni all'imperfetto, cioè come gesti ripetuti, caratterizzati da una lunga durata: «asciugava, baciava, ungeva» ... Le mani di questa donna prendono e abbracciano i piedi di Gesù, le sue lacrime li bagnano fino a lavarli, i suoi capelli li asciugano, i suoi baci raccontano con la bocca i suoi sentimenti, le sue mani versano profumo e lo spandono sui suoi piedi: gesti che sono un insieme di carezze, di baci, di esperienza tattile tra due corpi.

La donna piange perché sente la colpa dei peccati commessi, o forse piange di gioia, perché ha finalmente trovato un uomo che può davvero amare e da cui essere riamata. In un silenzio assoluto lascia che sia il suo corpo a esprimere il suo linguaggio affettivo: audacia, umiltà, amore, e tutto è riassunto «nelle sue lacrime, il vero significato nascosto in quei gesti» (François Bovon). È molto femminile questo atteggiamento di intimità, segnato dal toccare Gesù con le mani e con i capelli sciolti: finalmente lo ha raggiunto!

Pubblicato su: La Stampa