È vera gloria?

crocifisso, Carlo MattioliAvvenire, 13 settembre 2014
di ENZO BIANCHI

Possiamo percorrere l’apparire della gloria in tre scene della passione secondo Giovanni, autentiche “epifanie”. Gesù è stato condotto davanti a Pilato, il rappresentante dell’imperatore Tiberio Cesare. Sono i sacerdoti ad aver già pronunciato la condanna religiosa ma, non potendo metterla in attoin quanto riservata al potere politico, consegnano Gesù a Pilato affinché, con ulteriore condanna, lo metta a morte. Pilato interroga Gesù più volte all’interno del pretorio e più volte ne esce per parlare a quei giudei che gli hanno consegnato il condannato, ma per tre volte deve confessare: “Io non trovo in lui colpa alcuna”. Gesù non ha commesso delitti che meritino la condanna da parte della giustizia dell’impero romano. Di fronte alla domanda plebiscitaria della folla, di fronte alla maggioranza della gente che vuole Gesù morto, Pilato lo fa flagellare, i soldati per deriderlo gli mettono sul capo una corona di spine – non una d’oro gloriosa, ma una di aculei che gli trafiggono il capo – gli mettono la porpora regale come mantello e inscenano una parodia inginocchiandosi davanti a lui, dicendogli: “Salve, re dei giudei!” e colpendolo con pugni e schiaffi. Poi Pilato prende Gesù, così ridotto, lo porta fuori perché la folla lo veda e lo presenta: “Ecce homo! Ecco l’uomo!”. Sì, questo è l’uomo! Verrebbe da dire, con Primo Levi: “Se questo è un uomo...”. Sì, questo è l’uomo nella sua verità: vittima del male nella sua banalità e tragicità, consumato da uomini comuni – i soldati – ma organizzato dal potere politico e religioso di questo mondo. Questa, secondo il quarto Vangelo, non è una scena di disprezzo ma un’epifania della gloria. Gesù così ridotto, mite che non si vendica, che accoglie su di sé la violenza e non la ricambia così da spezzarne definitivamente la spirale, Gesù è l’uomo, l’uomo per eccellenza! È l’Adamo che dà la vita per gli altri anziché prenderla agli altri, anziché voler vincere senza gli altri o sugli altri. “E noi abbiamo visto la sua gloria!”, confesserà Giovanni nella sua Prima lettera, l’unica gloria visibile di Gesù, la gloria di Dio in Gesù suo Figlio!

La seconda epifania vede Pilato ancora titubante di fronte a Gesù che gli dice di essere re ma non come i re di questo mondo, di essere venuto per servire la verità, ma non rivela la propria identità, né gli dice “da dove” lui viene. Ma il potere religioso insiste e convince Pilato di cosa significa per lui salvare Gesù: non sarà più amico di Cesare anzi, si metterà contro Cesare. La maggioranza vuole così: meglio avere Cesare come re totalitario che accogliere un re mite e servo degli altri! Allora Pilato fa condurre Gesù fuori dal pretorio e lo fa sedere nel tribunale, nel luogo chiamato “litostrato”. È la vigilia della Pasqua, il 7 aprile dell’anno 783 dalla fondazione di Roma, verso mezzogiorno, e Pilato, dopo aver interrogato Gesù, lo presenta alla folla: “Ecco il vostro re!”. Un Gesù torturato, prigioniero, viene fatto sedere sul trono del giudice del tribunale nell’ora in cui i giudei attendevano la venuta del giudice finale, Dio stesso, giudice di tutta la storia. Ancora una parodia che però è epifania: Gesù è giudice e sta su un trono, ma è un pover’uomo, una vittima sfigurata, oppressa, condannata a morte, osteggiata, perseguitata... Eppure, secondo il quarto Vangelo, è proprio questa l’epifania della gloria... Autentico capovolgimento dei nostri criteri mondani! Chi è il vero nostro giudice? Gesù l’ha detto nel Vangelo di Matteo: alla fine della storia il giudice di ciascuno di noi sarà il bisognoso: “Avevo fame e mi avete o non mi avete dato da mangiare; ero straniero e mi avete o non mi avete accolto; ero in carcere e siete o non siete venuti a trovarmi; ero malato e mi avete o non mi avete visitato”. Il giudizio avviene qui e ora, e i nostri giudici sono le persone che incontriamo, gli uomini e le donne a noi prossimi, di cui noi abbiamo o non abbiamo cura. Il Figlio dell’uomo li rappresenta tutti. Dunque, su quel trono posto in alto, Gesù nella passione è giudice più che mai. Ecco allora dov’è la sua gloria: in questa identificazione con le vittime della storia, i poveri e i perseguitati.

La terza epifania è quella dell’ultima ora. Gesù, portando la croce, si avvia verso la collina del Cranio, il Golgota, dove lo crocifiggono in mezzo ad altri due condannati a morte. Il Vangelo sottolinea che Gesù è “nel mezzo”, in posizione regale. Pilato aveva fatto scrivere un cartello da mettere sulla croce, sul quale era il “titolo”, l’attributo che competeva a Gesù: “Gesù, il Nazoreo, il Re dei Giudei”. E lo fa scrivere nelle tre lingue dell’ecumene: ebraico, greco e latino, così che tutti lo possano leggere. È una proclamazione di Gesù re dei giudei. Per questo i giudei la contestano e dicono a Pilato: “Devi scrivere che lui ha preteso di essere il Re dei Giudei, mentre così sei tu a proclamarlo tale!”. Ma Pilato, come impotente di fronte a un impulso interiore, dice: “Ciò che ho scritto, ho scritto!”. Ecco così la terza presentazione di Gesù da parte di Pilato: presentazione che nell’intenzione di Pilato è disprezzo, ma che nell’oggettività dello “sta scritto” è gloria! È l’epifania di Gesù, Re Messia, ma al contrario. Non un messia vincitore dei nemici, non un messia nello splendore di una corte regale, non un messia al cuore di una liturgia fastosa, non un messia trionfante... No, Gesù è un messia in croce, un uomo crocifisso!

Ecco il luogo della gloria di Dio, ecco la croce che è contestazione di ogni gloria mondana... Il quarto Vangelo capovolge il nostro modo di pensare e fa di uno strumento di morte, la croce, uno strumento per donare la vita, per mostrare amore e vivere l’amore fino all’estremo!

Dov’è la gloria di Dio? Dove Dio ha veramente peso nella storia? Chi dobbiamo adorare?Un crocifisso, un uomo vittima degli ingiusti, un uomo che ha vissuto secondo la volontà di Dio. Ecco l’uomo! Ecco dove sta la gloria!


Enzo Bianchi

 

 

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