Perché sentiamo il bisogno della gloria?

Berndnaut Smilde, Nimbus 2010La Stampa, 14 settembre 2014
di ENZO BIANCHI

     La gloria è una realtà molto più presente di quanto non sia nominata, molto più pervasiva di quanto sia frequente nel linguaggio contemporaneo. Oggi si preferisce indicarla con altri termini: fama, rinomanza, onore, celebrità, irradiamento del nome, maestà, prestigio sociale... La gloria richiede e merita riconoscimento, attenzione, elogio e anche adorazione, cioè attaccamento, sottomissione, ammirazione accecante e, appunto, glorificazione della persona cui è attribuita la gloria.    

Questo tema non è affatto periferico nella nostra vita perché tutti noi umani sentiamo la necessità, l’impulso a glorificare, a rendere gloria, e riconoscere la gloria a qualcosa o a qualcuno, con esiti diversi che però determinano la nostra umanizzazione o la nostra alienazione, la nostra ricerca di autenticità o la nostra soggezione al falso, allo pseudos, determinano la nostra libertà o la nostra schiavitù. E soprattutto sentiamo l'impulso di ricevere gloria, di essere lodati e magnificati, di divenire famosi, di avere i famigerati 15 minuti di notorietà di cui parlava Andy Wharol, siamo presi dalla vertigine che ci porta a scambiare l'essere con l'apparire, con l'immagine, e l'immagine è sempre artefatta. Sicché certamente uno dei vizi capitali oggi più diffusi, anche se più taciuti, è la vanagloria. Dove il senso, anche laico, di questo termine desueto ci è dato dalle parole di John Malkovich, attore che conosce la gloria della celebrità e della fama: “Essere noti è disumano”. Il che ci porta a chiederci: perché allora l’uomo cerca il disumano come misura della propria realizzazione umana? Il discorso sulla gloria, che può apparire addirittura peregrino, punta dritto al cuore del problema che a tutti noi sta a cuore: cosa ci rende umani e cosa, invece, ci disumanizza?   

Possiamo trovare piste di risposta riflettendo sulla visione biblica della gloria, sul suo attraversare tutti i testi fino a raggiungere la sua pienezza e definitività nel quarto Vangelo, quando la gloria autentica, vera, visibile, concreta, gloria nella storia e gloria nell’umanità, è rivelata. È un itinerario non facile ma può essere determinante nel nostro cammino di umanizzazione.

Ora, il termine “gloria” nell’ebraico biblico è kavod – vocabolo apparentato a kaved, “fegato” - ed esprime l’idea di “peso”, di qualcosa che si fa sentire, che si impone, che è considerevole. Viene usato per designare onore, fama, ricchezza, potere, prosperità, successo, forza, importanza...

Quando la bibbia parla di “gloria di Dio”, ne vuole indicare il peso, la potenza nella storia. Quando Dio si manifesta e agisce nella storia, allora fa vedere la sua gloria, dimostra di avere peso. Questa manifestazione, raccontata in immagini e in suoni, appare come luce, splendore, parola, tuono, bellezza, maestà... tutte realtà che si impongono e che stupiscono, provocando nell’uomo il timore di Dio, cioè il sentimento che Dio è presente e all’opera.

All’essere umano spetta riconoscere la gloria di Dio, riconoscere il suo peso, la sua azione, perché la gloria appartiene solo a Dio. Soli Deo gloria! “Io sono il Signore, io non cederò la mia gloria a un altro” (Is 48,11). Questa “gloria” di Dio, che tenta di manifestare ciò che conta, che è determinante nella storia come vita e azione del Dio Vivente e Uno, dov’è? Dove si situa? Dove si rivela? L’uomo può contemplarla? Può riconoscerla? E, di conseguenza, a cosa e a chi deve andare la sua adorazione, la sua attenzione? Potremmo anche dire: dove cogliere la verità?

La gloria di Dio è innanzitutto situata nei cieli, nell’alto dei cieli, cioè oltre il mondano. Dio è Santo, è Altro, distinto dal mondo, perciò la metafora che esprime questa alterità colloca Dio nell’alto dei cieli, nella sua dimora eterna. Invisibile, eterna, inaccessibile, mai pienamente comprensibile per l’uomo che in essa può solo porre fiducia, aderire alla sua presenza.
Ma quando Dio vuole incontrare gli uomini, nel linguaggio analogico e simbolico della bibbia, discende, viene, si fa vedere, soprattutto “parla”, si fa ascoltare. Ecco dunque la manifestazione, la rivelazione di Dio. Dio alza il velo su se stesso, si ri-vela e incontra l’uomo, il suo popolo Israele, senza che questi possano vedere pienamente Dio, faccia a faccia. Dio resta una presenza elusiva: di lui l’uomo può vedere le tracce, la schiena, ma mai il suo volto faccia a faccia. “Chi vede Dio, muore”, resta l’adagio di tutto l’Antico Testamento, cui risponde l’affermazione del Nuovo Testamento: “Dio, nessuno l’ha mai visto” (1Gv 4,12).

Quando però Dio vuole entrare in relazione con gli uomini, allora fa “discendere” dall’alto dei cieli la sua gloria che dimora, si ferma, sosta, diventa una presenza. La shekina’, la dimora è la presenza gloriosa di Dio. Eccola, dapprima sul monte Sinai, dove Dio si è rivelato a Mosè, e dove ha chiamato a sé il popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto: una nube infuocata dimora sul monte, a significare la gloria del Signore che lì dimora. Presenza di un Dio vivente, di fronte alla quale sta il popolo di Israele che riconosce e confessa il suo Dio come Liberatore. Qui, sul monte, la presenza gloriosa di Dio parla a Mosè. Dona la sua legge al popolo e stringe l’alleanza: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo!”
(...)

Ma ecco che in quella che il Nuovo Testamento chiama la “pienezza dei tempi”, il loro compimento, la gravidanza giunta al termine avviene il parto, la nascita, la novità... Dio non parla più al suo popolo attraverso messaggeri, angeli e profeti, ma viene egli stesso a salvare l’uomo: è il novum dell’incarnazione, dell’umanizzazione di Dio. Dio si fa uomo. Questo è indicibile: l’eterno si fa finito, l’onnipotente si fa debole, il celeste si fa terrestre, l’invisibile – “chi vede Dio, muore!” ripete tutto l’Antico Testamento – si fa visibile. Dio si fa carne, creatura mortale e finita, debole, precaria: si fa uno di noi per poter avere piena comunione con noi e stipulare un’alleanza ultima, definitiva, dopo la quale non ce ne saranno più altre. Giovanni nel prologo del suo Vangelo proclama con forza inaudita: “quella parola che era in principio, che era rivolta verso Dio, che era Dio ... si è fatta carne e ha posto la sua dimora tra di noi!”, per poi concludere in modo ancor più icastico: “e noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,1-2.14). Siamo all’apice della rivelazione cristiana: qui è tutto il cristianesimo, qui è il crinale rispetto all’ebraismo, qui è la fede cristiana!

Enzo Bianchi

 

Pubblicato su: La Stampa