Ecumenismo: l'unità plurale dei cristiani

Avvenire, 14 dicembre 2014
di ENZO BIANCHI

Incontro tra Papa Francesco e il Patriarca ecumenico BartholomeosL’ecumenismo, dopo una stagione giudicata di “inverno” da molti cristiani impegnati nel dialogo ecumenico, oggi sembrerebbe aver ritrovato un nuovo soffio: il dialogo e il confronto paiono intensificarsi e la convinzione con cui si muove papa Francesco rende dinamica una situazione che sembrava limitarsi all’ecumenismo spirituale, spegnendo così ogni attesa di avanzamenti significativi verso l’unità visibile dei cristiani. Sia chiaro, l’ecumenismo spirituale, cioè praticato in obbedienza allo Spirito santo e nutrito di preghiera e di penitenza, resta decisivo: senza di esso l’incontro tra le chiese è tentato di ridursi all’ordine diplomatico o di trasformarsi addirittura in una santa alleanza contro un nemico comune che sempre, seppur in forme cangianti, appare all’orizzonte della storia. Ma il rischio di questo ecumenismo cosiddetto spirituale è che ciò che si ripete continuamente – “l’unità verrà quando e come Dio vorrà” – crei dimissione dalle responsabilità, soprattutto nelle autorità delle chiese: l’inerzia umana può diventare opposizione allo Spirito santo stesso.

Va riconosciuto che papa Francesco, fin dai primi giorni del suo pontificato, ha saputo suscitare attese di una più profonda comunione tra le chiese, con parole e gesti riconosciuti anche dai non cattolici come derivanti dal Vangelo, obbedienti alla volontà di Gesù espressa nella preghiera ultima al Padre: “che siano uno perché il mondo creda” (Gv 17,21). Il pellegrinaggio in Terrasanta e l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli e agli altri patriarchi presenti a Gerusalemme, il recente viaggio a Istanbul con i ripetuti incontri con Bartholomeos, l’accoglienza e il dialogo – potremmo dire inaugurato da papa Francesco – con gli evangelicali, la gioia con cui egli incontra autorità delle chiese non cattoliche sono segni evidenti di un clima mutato. Va anche notato che oggi nell’oriente ortodosso vi sono alcuni patriarchi, come il “papa” copto Tawadros II o Youhanna X di Antiochia, che si sono mostrati aperti e seriamente impegnati nel dialogo intraecclesiale. Condizioni favorevoli, dunque, per il dialogo specialmente tra chiesa cattolica e chiese ortodosse – quattordici chiese autocefale – anche se tensioni e rivalità tra le autorità di queste chiese creano complicazioni e rallentamenti.

Una tappa comunque importante nel dialogo teologico è rappresentata dal Documento di Ravenna, firmato nel 2007 dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica, in cui si afferma concordemente che non c’è sinodalità senza protos, un “primo” e non c’è protos senza sinodalità: questo a livello diocesano, regionale e universale, con il connesso riconoscimento che a quest’ultimo livello il protos è ravvisabile nel vescovo di Roma, “la chiesa che presiede nella carità”, secondo l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia, alla quale spetta un primato. L’ultima riunione della commissione di dialogo cattolico-ortodosso, tenutasi ad Amman ha dato segni di impasse, ma il dialogo prosegue e la celebrazione del sinodo panortodosso nel 2016 potrà rappresentare un’occasione di impulso e di sinfonia tra le chiese ortodosse. Così, il dialogo con l’ortodossia resta intenso, soprattutto con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli: papa Francesco a questo proposito ha dichiarato che “per giungere alla meta sospirata della piena unità, la chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”; quanto al ministero petrino, ha affermato che intende continuare il confronto richiesto da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint perché, ispirati dalla prassi del primo millennio, si giunga a un accordo sulle “ modalità con le quali garantire la necessaria unità della chiesa nelle attuali circostanze”, cioè sulla forma dell’esercizio del primato. Colpiscono in questo senso le parole di papa Francesco che legge le scomuniche comminate reciprocamente tra Roma e Costantinopoli come un evento dovuto al fatto che “la chiesa guardava a se stessa e non guardava a Gesù Cristo!”. Parimenti colpiscono le parole del patriarca Bartholomeos circa “l’idea dell’impero cristiano e della societas cristiana, che hanno travalicato il principio buono per introdurre lo spirito mondano” e questo perché “il seduttore del mondo ha cercato e cerca di rendere vano l’annuncio del Vangelo”. Una convergenza di pensiero tra Francesco e Bartholomeos che stupisce, ma che si coglie nettamente dagli incontri e dalle parole che si scambiano.

Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile... Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Dobbiamo d’altronde tenere conto di tre evidenze: innanzitutto, l’ecumenismo ha solo un secolo di vita e, per la chiesa cattolica, solo cinquant’anni di pratica autorizzata a livello ecclesiale. Inoltre esistono situazione di “non contemporaneità” tra le chiese: le rispettive storie sono diverse, altro è l’occidente, altro il medio oriente, altro l’emisfero sud del mondo e altro ancora l’estremo oriente. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che sovente non siamo culturalmente contemporanei. Infine, legato a questo dato, va costatato che oggi più che mai si fanno sentire come determinanti le differenze culturali. Non era così nel passato in cui solo la teologia indicava la differenza o la vicinanza: oggi all’interno di una stesa chiesa le differenze culturali pesano sulle scelte adottate, soprattutto a livello di morale. È parso evidente tra gli anglicani nell’ammissione delle donne all’episcopato e appare chiaro in molte chiese, compreso quella cattolica, a livello di determinate opzioni etiche.. Recentemente un vescovo cattolico del Nord Europa mi confidava: “Per noi alcuni riformati sono più vicini degli ortodossi” per sensibilità cultura, spiritualità...

Davvero nuove sfide ci attendono, nuove congiunture ci condizionano. Ma l’ecumenismo non è una moda e nemmeno un segno dei tempi: sta nella volontà del Signore Gesù Cristo ed essere ecumenici fa parte dell’essere cristiani. Chi non è capace di ecumenismo non è capace di vivere una precisa esigenza evangelica: l’ecumenismo infatti resta solo questione di obbedienza all’unico Signore della chiesa e della storia.

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