Ebrei e cristiani fratelli gemelli

Marc Chagall La colomba e la Menorah, litografia
Marc Chagall La colomba e la Menorah, litografia
Avvenire, 11 gennaio 2015
di ENZO BIANCHI

Abbiamo vissuto cinquant’anni ricchi di novità nell’incontro e nel dialogo tra ebrei e cattolici, iniziato durante il Vaticano II. La dichiarazione conciliare Nostra aetate nella parte dedicata all’ebraismo ha dato indicazioni autorevoli per la riflessione comune di ebrei e cristiani e ha offerto un’ispirazione creativa per gesti che in questo mezzo secolo hanno non solo confermato il dato conciliare, ma gli hanno permesso di esplicitare tutte le sue potenzialità su strade mai percorse, inattese.

Dobbiamo riconoscere una buona ricezione del dettato conciliare nella chiesa, nonostante si possano ancora denunciare inadempienze a livello di periferie ecclesiali: le stesse autorità delle chiese sono sovente coinvolte in incontri, dialoghi, iniziative che segnano l’assodata novità nel comportamento dei cristiani nei confronti degli ebrei. Il paragrafo 4 di Nostra aetate, dedicato al mistero di Israele, aveva osato affermare con forza che “c’è un legame spirituale tra il popolo del Nuovo Testamento e la stirpe di Abramo”. La chiesa, ramo d’olivo selvatico innestato sul tronco santo di Israele, confessa l’imprescindibile legame con il popolo delle promesse e delle benedizioni e nello stesso tempo si sente posta di fronte al mistero del permanere di Israele nella storia accanto alla chiesa, segno questo del “non-ancora” compiuto disegno di salvezza da parte di Dio. Tra Israele e chiesa resta una tensione che deve essere feconda: quella dello zelo, della gelosia in vista dell’unità attesa da Dio (cf. Rm 11,14).

La strada per una fiduciosa, trasparente pratica dell’ecumenismo era così stata aperta dal concilio, una strada specifica, non assimilabile al dialogo interreligioso, perché il legame tra Israele e chiesa non è sullo stesso livello del legame con le altre fedi. Ma in cosa consiste questo legame? Giovanni Paolo II – nella sua personale attenzione verso gli ebrei e con l’intento di riparare colpe cui non erano estranee responsabilità anche da parte di cristiani – coniò una formula molta efficace: “gli ebrei sono nostri fratelli maggiori!”. L’espressione fu ben accolta e risuonò in ogni incontro di dialogo ebraico-cristiano, ma teologicamente e storicamente gli ebrei attuali non sono fratelli maggiori, nati prima di noi o in una posizione di eccellenza rispetto a noi: è indispensabile, anche se tutt’altro che semplice, saper leggere la storia umana e la storia della salvezza, cogliendo, ebrei e cristiani insieme, una derivazione da un unico tronco (quello da noi chiamato Antico Testamento), una derivazione che non dà precedenza all’uno sull’altro. Sarebbe più esatto dire che siamo “fratelli gemelli”. È infatti nell’interpretazione dell’Antico Testamento che si sono formate – in un’epoca di pluralismo di forme e di appartenenze: sadducei, esseni, farisei... – due comunità separate e diverse, sebbene entrambe riferentesi agli stessi testi e alla medesima storia della salvezza. Come annotava il cardinal Ratzinger, “fede cristiana e giudaismo sono due modi di fare proprie le Scritture di Israele che in definitiva dipendono dalla posizione assunta nei confronti di Gesù”. L’Antico Testamento apre a entrambe le strade, e se l’interpretazione cristiana vede il realizzarsi in Gesù Cristo delle profezie dell’Antico Testamento perché ormai centro della fede è lui, il Messia e Signore, l’interpretazione ebraica ha messo al centro la Torah che, con i commenti rabbinici di Mishna e Talmud, va amata e custodita “più di Dio stesso”.

Ecco perché dobbiamo dire che le due fedi sono fratelli gemelli piuttosto che definire gli ebrei “fratelli maggiori”, espressione che tra l’altro rimanda alle vicende dell’Antico Testamento in cui il fratello minore scalza sempre il maggiore, aspetto non so quanto gradito agli ebrei. San Paolo nella Lettera ai Romani dirà in tono profetico: “Se il loro rifiuto [di Cristo] ha segnato la riconciliazione con il mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una resurrezione dai morti?” (Rm 11,15). Ecco perché oggi la chiesa non organizza alcuna missione verso gli ebrei, come l’ha tentata e praticata nei secoli passati, arrivando a usare anche la tortura, la persecuzione e l’imposizione: gli ebrei sono già convertiti dagli idoli al Dio vivente e la loro entrata nella chiesa, come per Paolo a Damasco, non sarà mai “conversione” ma solo “rivelazione” di Cristo (cf. At 22,6 ss.; Gal 1,16). Dialogo sì – e convinto e necessario – ma nessuna azione di proselitismo verso gli ebrei: questa è oggi la coscienza e la volontà della chiesa.

Dalla Nostra aetate ci sono stati molti gesti e molte parole dei papi, soprattutto Giovanni Paolo II e, in continuità con lui, Benedetto XVI. Ora, con l’avvento di papa Francesco – che già in Argentina aveva posto come grande compito nella sua pastorale l’incontro con la comunità ebraica – il dialogo ha preso nuovo slancio e si è rinvigorito di speranze.
Sì, molto è cambiato dagli anni del dopoguerra – quando eravamo invitati a diffidare dei “giudei”, presenza forte ed eloquente nel mio Monferrato natale – ad oggi, quando anche la possibilità di viaggi nei luoghi santi costituisce una forte opportunità di conoscere il popolo ebraico, la sua preghiera, i suoi costumi, la sua cultura... Forse nelle chiese locali – salvo casi come Milano, grazie all’episcopato del card. Martini – non c’è nella pastorale e nella catechesi una particolare attenzione a questo tema e a questa speranza, ma è pur vero che cinquant’anni su duemila segnati da antigiudaismo sono una breve stagione che può essere solo di semina e non di crescita e di raccolta.
Fratelli gemelli, con uguale diritto ad appellarsi alle Scritture del popolo di Israele, fratelli gemelli che confessano lo stesso Dio e sono in attesa del Messia, quel Messia che i cristiani già riconoscono in Gesù Cristo, quel Messia che per gli ebrei è ancora velato ma è invocato nella storia come salvezza definitiva del mondo. Anche noi cristiani attendiamo così come loro “che possano giungere i tempi della consolazione e il Signore mandi quello che aveva destinato [agli ebrei] come Messia, cioè Gesù” (At 3,20).

Questa “pietra miliare”dell’attesa messianica ci colloca entrambi come eredi dell’Antico Testamento e ci pone gli uni accanto agli altri in una situazione particolarissima: Israele non fa parte delle diverse religioni del mondo, ma è accanto a noi cristiani come una presenza fraterna che ci intriga, di cui non possiamo fare a meno e che dobbiamo considerare (guardando non a tutti gli ebrei, ma a quelli credenti, consapevoli di essere in alleanza con Dio e di essere suoi testimoni nel mondo, l’ “Israele di Dio” di cui parla san Paolo) legati a noi da una relazione costitutiva nella quale è chiesta loro l’osservanza della Legge e la missione di testimoniare il Dio unico attendendo il suo Giorno. Verso di loro spetta a noi una testimonianza, ma nessun proselitismo perché, come disse Giovanni Paolo II a Magonza nel 1982, “l’antica alleanza non è mai stata revocata da Dio”.

Sì, accanto a noi c’è un fratello, popolo di Dio, Israele “cui appartengono le promesse, le benedizioni, la gloria, le alleanze ... e da cui proviene Cristo” (Rm 9,4 ss.). Lo sappiamo bene e non possiamo negarlo: Cristo Gesù ci unisce e ci separa. Ci unisce come ebreo, figlio di ebrei, credente giudeo, profeta in opere e parole; ma ci separa come Messia, figlio di Dio, unico mediatore della nostra salvezza. Non c’è dunque per ora una sola missione di Israele e della chiesa nei confronti del mondo: restano due e diverse, in attesa che si compiano “i tempi dei pagani”, i tempi dell’evangelizzazione, e che Dio porti a unità ciò che a causa del peccato è stato diviso.

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