La fraternità diversa

Chris Riggs, peace, acrilico su legno, 2012.
Chris Riggs, peace, acrilico su legno, 2012.
Avvenire, 14 gennaio 2015
di ENZO BIANCHI

Era inevitabile che il viaggio e le parole di papa Francesco in Sri Lanka venissero lette anche alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi a Parigi: mezzi di comunicazione e opinioni pubbliche abituate a dare alle tragedie un peso specifico diverso a seconda della distanza del luogo dove accadono, faticano a cogliere la dimensione insieme locale e universale insita nel ministero del vescovo di Roma. Quando il papa afferma che “non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra” lo fa rivolgendosi ai rappresentanti religiosi di una nazione particolare, pensando a una specifica chiesa locale di esigua minoranza che ha vissuto come tutti gli abitanti di quel paese anni di sanguinosa guerra civile. Eppure il suo messaggio conserva una portata ben più ampia.

La tragedia di Parigi non è dimenticata, così come non sono dimenticati gli orrori della Nigeria, ma lo sguardo, il cuore e il pensiero di questo pastore universale vanno in primo luogo alle vittime che scorge negli occhi dei suoi interlocutori nello Sri Lanka, alle migliaia di persone uccise, torturate, imprigionate in questi anni. E sono parole che vogliono essere non solo balsamo per le ferite, ma anche stimolo all’azione, appello alla dignità presente in ogni essere umano, invito alla riconciliazione, alla collaborazione, alla solidarietà.

Così, riallacciandosi al documento conciliare Nostra aetate, papa Francesco ricorda che “per vivere in armonia con i loro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne non devono dimenticare la propria identità, sia essa etnica o religiosa” perché, anche se il “dialogo farà risaltare quanto siano diverse le nostre credenze, tradizioni e pratiche”, questo non farà che incrementare la consapevolezza di “quanto abbiamo in comune”. Le tradizioni religiose, pur nella loro diversità, sono sempre “desiderio e ricerca di sapienza, di verità e di santità” e per questo ci sono vie da condividere e cammini di collaborazione che devono essere aperti o confermati per il bene comune di un popolo e dell’umanità. Quello di Francesco è un appello al rispetto reciproco, così come inteso dal concilio: non un insieme di buone maniere, non un indifferentismo etico, ma una consapevolezza che nell’altro è impressa in modo indelebile l’immagine di Dio e questo non può che aprire alla “mutua stima, alla cooperazione e anche all’amicizia”. Infatti, come ha ricordato il papa all’arrivo all’aeroporto di Colombo, “la diversità non è una minaccia”, ma occasione di dialogo autentico, di confronto nella verità per perseguire insieme una pace ritrovata.

Guardare con misericordia e compassione al qui e ora, a volti e persone concrete e vicinissime, senza dimenticare l’orizzonte più vasto della convivenza globale: questa non è strategia diplomatica, non è elaborazione di un’egemonia mondiale, ma è sollecitudine del pastore che conosce le sue pecore, che sa dove vivono e di cosa si nutrono, qual è il loro “prossimo” che sono chiamate ad amare anche quando dovesse presentare un volto nemico. Ed è, al contempo, lo sguardo lungimirante di chi sa che locale e universale interagiscono profondamente, e che l’intera famiglia umana è ferita quando anche una sola persona è uccisa, così come l’umanità tutta è salvata quando una sola vita viene riscattata dalla violenza e dall’odio mortifero. Non c’è persona che non abbia una voce, e dunque tutti devono essere ascoltati, liberi di esprimere ciò che li fa soffrire nel duro mestiere del vivere, tutti devono essere pronti ad accettarsi reciprocamente, a riconoscere la dignità di ciascuno e a riconciliarsi, vincendo il male con il bene.

A Colombo, come a Parigi, come in Nigeria o in Siria, ciascuno deve avere non solo il diritto ma la gioia di poter vivere, approfondire, testimoniare la propria fede religiosa, trovando e donando accoglienza, rispetto fraterno, cura e sollecitudine verso le proprie sofferenze. Questo non è oscuramento dell’annuncio cristiano ma evangelo della pace, buona novella annunciata a tutti, a cominciare dai poveri e degli afflitti.

Pubblicato su: Avvenire