| XXVIII domenica del tempo Ordinario |
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domenica 12 ottobre 2008
Anno A Nel tempio di Gerusalemme Gesù espone ai capi religiosi di Israele una terza parabola, più complessa e «sovraccarica» delle precedenti: è una storia attraverso la quale egli evoca il banchetto del Regno (cf. Is 25,6-10; Mt 8,11-12) e il giudizio finale. Nello stesso tempo è evidente in questo brano la mano dell’evangelista Matteo che, scrivendo dopo la distruzione di Gerusalemme avvenuta ad opera dei romani nel 70 d.C., situa nell’orizzonte della storia di salvezza alcuni precisi eventi storici. In questa prospettiva la parabola tratta in modo figurato dell’evento pasquale, ossia delle «nozze dell’Agnello» (Ap 19,7), del rifiuto dei primi missionari cristiani da parte di Israele, della devastazione di Gerusalemme, dell’apertura della missione cristiana alle genti, del giudizio che incombe sulla chiesa stessa e sui nuovi invitati. La chiesa e Israele sono dunque entrambi collocati nell’orizzonte del giudizio. Nella prima parte della parabola Gesù paragona il Regno alla vicenda di un re che, in occasione delle nozze del figlio, manda i suoi servi a chiamare gli invitati. Egli ha imbandito un banchetto di cibi prelibati e chiede agli invitati solo di accettare il suo dono, di condividere con lui la gioia. Eppure, come già nella parabola dei vignaioli omicidi (cf. Mt 21,33-45), la reazione è sorprendentemente negativa: alcuni, con indifferenza e superficialità, non si curano della chiamata; altri addirittura insultano e uccidono i servi. La risposta del re è immediata e dura: «si adirò e, inviate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città». Gesù fa uso di un linguaggio apocalittico, di immagini «minacciose» che non vogliono incutere paura, ma solo mettere in chiaro le esigenze richieste a chi vuole entrare nel Regno, che in realtà si riducono a una sola: accettare il dono di Dio, pena il misero fallimento della propria vita, magari in nome di nobili occupazioni religiose o della presunta difesa di Dio stesso…
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