La bellezza - Umberto Galimberti

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15 aprile 2018

Domenica 15 aprile si è tenuto il confronto con Umberto Galimberti sul tema della bellezza. L’incontro ha radunato più di cinquecento persone ed è stato introdotto dal fondatore della comunità di Bose, fr. Enzo Bianchi, che ha sottolineato l’amicizia ormai decennale e la sintonia, la convergenza di pensiero con Umberto, condividendo in particolare l’entusiasmo per la scoperta di come “due tragitti diversi non solo si incrociano, ma hanno come risultato la stessa lettura di certi eventi e situazioni”. 

Il tema della bellezza compare già alle origini della filosofia come una realtà che inquieta, scompone, esce dall’ordine razionale. In seguito, Kant la definirà “senza concetto, senza scopo e senza possesso”, mentre Thomas Mann utilizzerà un termine derivato dal verbo “trafiggere”, avvicinando la bellezza a “qualcosa di simile all’amore, dove non è l’io che ama, ma è l’amore che possiede l’io”. Così ha riassunto Galimberti:

“della teoria sei autore, della bellezza sei spettatore, il mondo delle idee lo puoi trattare”, mentre per quanto riguarda le immagini, “sono le immagini che trattano te”.  

La bellezza compare anche all’inizio della Genesi nel racconto della creazione, in un vocabolo, “tov”, che unisce insieme il bello e il buono, la fusione tra estetica ed etica, e lo star bene. La cultura ebraica e quella islamica, culture dell’udito e della parola, volendo mantenere la trascendenza assoluta di Dio, “non ospitano estetica”, godimento dei sensi. Il cristianesimo, con l’incarnazione del Verbo, recupera la dimensione corporea, è una celebrazione del corpo, e grazie a questo le chiese si sono riempite di immagini, canti, gesti liturgici.

Ma è la cultura greca che più di tutte aveva elaborato il tema della bellezza poiché è una cultura della visione. Il greco distingue il vedere contemplativo della bellezza e il guardare mirato a uno scopo, che è il vedere della scienza. Inoltre distingue anche tra il vedere e il sembrare, tra il sensibile e il sovrasensibile. Bella è la natura, belli sono i corpi, le anime, le leggi, la conoscenza e infine il Sommo Bene, il massimamente buono, che perciò non è disgiunto dal bello. Bellezza è armonia, che significa la giusta mescolanza tra gli elementi secondo misura, una misura che era data dalla consapevolezza di essere mortali. Il bello è un simbolo, e simbolo significa mettere insieme sensibile e sovrasensibile, il concepibile con l’ineffabile.

“Un quadro è un’opera d’arte quando si percepisce una ulteriorità che lo sguardo non può esaurire”.

L’immagine, visiva o sonora concede di accedere là dove non arriva il ragionamento richiedendo un sacrificio dell’io, un po’ come la bellezza della perla nasce a partire dal sacrificio della conchiglia; permette di comprendere che

con l’intelletto non si arriverà mai a raggiungere, a “mettere insieme” il reale e il polo dell’ineffabile, ovvero, “ciò che non vediamo o supponiamo che ci sia”.

Conducendo il suo percorso Galimberti ha fatto molti riferimenti alla società odierna con numerose attualizzazioni, mentre il pomeriggio è stato dedicato alle domande che hanno portato ad un ricchissimo scambio, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà del mondo giovanile.  

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