Solitudine e comunità

Il senso dell’apertura richiesta a ogni comunità, pur nella sua peculiarità di storia, composizione e finalità, si rende più nitido se si considerano le sue funzioni princiipali nella vita umana. La prima funzione da ricordare è relativa al percorso di individuazione del singolo. Nel trovare se stesso, l’essere umano ha bisogno di sperimentare l’appartenenza a una comunità di vita e ravvisa in essa – per adesione naturale, per contrasto o distacco, per nuova scelta – lo specchio della sua identità. Da qui trae il sistema di regole, di ruoli, di significati necessario al suo orientamento quotidiano e all’apertura verso il futuro. In tal modo la comunità ... media tra l’individualità in via di elaborazione e l’universalità della società, ma può fare questo in modo adeguato solo se, anziché produrre nei singoli un adattamento spersonalizzante, ne promuove l’originalità personale. Si pone allora la questione del limite della comunità, nel senso del suo confine interno, ossia del rispetto dell’intimità, dell’originalità e della libertà della persona. E del suo diritto alla solitudine, che certo non va intesa come isolamento coattivo, il quale è sempre sofferenza e negazione per chi vi è imprigionato. L’identità personale si forgia nell’imparare a trovare di volta in volta il punto piò armonico della tensione tra prossimità e distanza, appartenenza e separazione, comunità e solitudine, libertà di somigliare e libertà di differire rispetto a chi, di volta in volta, rappresenta un riferimento autorevole; Lungo questo confine mobile ogni persona è chiamata a incarnare il dono originale ricevuto elaborandolo creativamente e ricomunicandolo liberamente ad altri ... Nell’accogliere la solitudine intima, che tende come un arco la nostra libertà, giungiamo a noi stessi e abbiamo la facoltà grazie a cui il nostro essere diviene interamente bene per gli altri. Per questo la solitudine non è il contrario della comunità; semmai entrambe hanno i loro contrari nell’isolamento, nell’egocentrismo narcisistico, nel vivere senza ricerca, nella violenza. Pertanto, se una comunità data nega alla persona il suo diritto alla solitudine, commette uno stupro spirituale, desertifica una fonte fondamentale di senso, di identità, di libertà, di amore (Roberto Mancini, L’uomo e la comunità, Qiqajon, Bose 2004, pp. 127-128.131).


 

Dio ci ha insegnato ad incontrarci

Nel momento in cui Dio ci ha rivolto a noi la sua misericordia, rivelandoci Gesù Cristo come fratello e conquistando il nostro cuore con il suo amore, allora è iniziato anche l’insegnamento all’amore fraterno. Dalla misericordia di Dio verso di noi abbiamo potuto apprendere la misericordia nei confronti dei nostri fratelli ... È Dio stesso ad averci insegnato a incontrarci, allo stesso modo in cui egli ci ha incontrato in Cristo: “Accoglietevi gli uni gli altri, così come Cristo ha accolto noi, per la gloria di Dio” (Romani 15,7). È da questa fonte che colui che Dio ha messo nella situazione di vita comune con altri cristiani può apprendere che cosa significhi avere fratelli ... Solo per mezzo di Gesù Cristo si è fratelli. Sono fratello dell’altro solo per ciò che Gesù Cristo ha fatto per me e in me; l’altro mi è divenuto fratello per ciò che Gesù Cristo ha fatto per lui e in lui. Solo per mezzo di Cristo siamo fratelli: questo è un fatto di incommensurabile importanza.


Il fratello con cui ho a che fare nella comunità non è l’altro che mi si fa incontro nella sua serietà, nella ricerca di fraternità ... ma è l’altro che è stato redento da Cristo, che è stato liberato dal peccato e chiamato alla fede e alla vita eterna. La nostra comunione non può motivarsi in base a ciò che un cristiano è in se stesso, alla sua interiorità e devozione; viceversa, per la nostra fraternità è determinante ciò che si è a partire da Cristo. La nostra comunione consiste solo in ciò che Cristo ha compiuto in entrambi, in me e nell’altro, e questo non vale solo per l’inizio, come se poi, nel corso del tempo, si aggiungesse ancora qualcosa a questa nostra comunione, ma resta per sempre, nel futuro e nell’eternità. Solo per mezzo di Cristo c’è e ci sarà comunione tra me e l’altro. Via via che la comunione si f a più autentica e profonda, scompare tutto ciò che si frappone a essa, e risulta con sempre maggior chiarezza e purezza l’unica cosa che la rende viva tra di noi: Gesù Cristo e la sua opera. Solo per mezzo di Cristo apparteniamo gli uni agli altri, ma grazie a questo mediatore l’appartenenza è effettiva, integrale, per tutta l’eternità (Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 2003, pp. 20-21).

Reciprocità e comunione

Per discernere la qualità comunitaria dell’essere in relazione le categorie di reciprocità e di comunione sono tanto fondamentali quanto, spesso, fraintese. C’è comunione dove sussiste una condivisione di vita e di senso che comporta riconoscimento tra tutti i soggetti che ne hanno parte, tendenziale armonia in uno stesso cammino, esperienza e comunicazione del bene ... Affinché questi tratti essenziali abbiano luogo non è affatto necessario perseguire una comunione esclusiva, omologante, fusionale. al contrario è evidente che un simile ripiegamento inficierebbe l’autentica comunionalità. L’equivoco da superare sta nella diffusa tesi per cui può darsi comunione solo grazie all’esclusività della piccola comunità. Se comunionalità ed esclusività coincidono, è chiaro che la stessa realtà comunitaria finisce fatalmente per configurarsi come luogo chiuso. Nell’antropologia dell’individuo atomizzato s’inserisce così naturalmente l’idea della comunità insulare. I singoli in quanto atomi sociali e le famiglie ridotti piccoli clan coesi in vista della sopravvivenza diventano allora il normale tessuto della società. L’equivoco si supera non appena si impara che l’esclusività esprime in modo distorto una vera caratteristica del riconoscimento comunionale: il fatto che ciascuno non è irrilevante, sostituibile, funzionale a fini superiori, né semplicemente un “altro” generico, perché invece è unico.


Nella corrente di bene che è tipica della vera comunione intersoggettiva ognuno vale come unico, con un volto, un nome proprio, una storia, una libertà, un modo d’essere originali e amati. Ma naturalmente, e questa è la trasformazione della qualità delle relazioni che autorizza a parlare di comunione, unico è ciascuno, senza esclusioni. Quella che viene chiamata esclusività va riletta come unicità universale. E la comunione rappresenta il nucleo essenziale e la qualità della vita di una comunità; altri equivoci si addensano sulla reciprocità, che viene per lo più scambiata con una simmetria di prestazioni, di ruolo, di scelte, di posizioni esistenziali ... Da un lato, la reciprocità appare come una simmetria che coincide con lo scambio, quindi una dinamica troppo mercantile, negoziale, convenzionale per rispondere alla natura comunionale di una comunità degna di questo nome. Dall’altro, la simmetria intersoggettiva configura una situazione totalmente orizzontale, semplicemente prodotta dall’interazione degli individui e perciò incapace di radicarsi in una realtà più radicale che ... la fondi e la susciti ... Senza comunione non si dà comunità; si danno semmai associazioni, gruppi, comitati, federazioni, ma non ciò che propriamente vogliamo significare con il termine “comunità”; L’equivoco che induce a rendere antagonisti reciprocità e comunità si supera allorché si giunge a comprendere che la reciprocità essenziale consiste nel coinvolgimento di ognuno nel cammino dell’altro in maniera tale che ricevere, avere, ricomunicare ed essere insieme siano una stessa dinamica fluida e onnilaterale (Roberto Mancini, {link_prodotto:id=364}, Qiqajon, Bose 2004, pp. 110-112).

La comunità trampolino verso l’umanità

Abbiamo molto da imparare dall’africano e dall’indiano. Essi ci ricordano che l’essenziale della comunità è un senso di appartenenza. Certo, capita che il senso della propria comunità impedisca loro di considerare con amore e obiettività gli altri gruppi; allora è la guerra fra tribù e religioni. A volte anche la vita comunitaria africana si basa sulla paura. Il gruppo, la tribù, danno vita ad un sentimento di solidarietà, proteggono e danno sicurezza, ma non sono sempre liberanti. Se ci si stacca da loro, si è soli con le proprie paure e le proprie ferite, di fronte alle forze avverse, agli spiriti malvagi e alla morte. Queste paure si concretizzano in riti o feticci che hanno un potere di coesione. La vera comunità, invece, è liberante.
Mi piace quel passo della Scrittura dove Dio afferma: “‘Tu sei il mio popolo’ e lui mi dirà: ‘Mio Dio’” (Os 2,25) ... Il mio popolo è la mia comunità, la piccola comunità di coloro che si ritrovano insieme ma anche la comunità più grande che è attorno. Mio popolo sono tutti quelli il cui nome mi porto scritto dentro di me. Io li porto e loro mi portano e quando ci si ritrova, ci si riconosce.


 Siamo fatti gli uni per gli altri, fatti della medesima terra, membri di uno stesso corpo. L’espressione “mio popolo” non significa che io sono in uno stato di superiorità nei loro confronti, che io devo dare e gli altri ricevere. Significa che loro appartengono a me come io appartengo a loro. Siamo tutti solidali. Quello che li tocca, tocca a me. L’espressione “mio popolo” non implica che ci siano altri che io rifiuto. No il mio popolo è la mia comunità, costituita da quelli che mi conoscono e che mi portano. Può essere e deve essere un trampolino verso l’intera umanità. Non posso essere fratello “universale” se prima non amo il “mio popolo” (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, pp. 34-37).

La comunità tra apertura e chiusura

Quando pensiamo al significato concreto della parola “comunità”, affiora nella nostra mente una forma particolare. che sia connotata come comunità familiare, religiosa, civile, scientifica, terapeutica e così via, essa risulta sin troppo definita e circoscritta, a dispetto dell’indole comprensiva e universalizzante del termine stesso. Il paradosso che l’accompagna scaturisce dall’antinomia per cui nella semantica di ciò che è comune coesistono apertura e pluralità, da un alto, e appartenenza esclusiva, dall’altro. Se la vita comune dà nella comunità e se però questa è un luogo, è chiaro che ci saranno alcuni che le sono interni e altri che restano puramente esterni. Lo schema dentro-fuori sembra costitutivo della possibilità stessa che si dia una comunità. Ma proprio in questo schema ricorre ostinato il pericolo più grande per la fisiologia della vita comunitaria. Infatti, non appena una data comunità cerca di far valere un suo progetto di identità e di unità per i molti, o addirittura per tutti, come se la sua particolarità potesse già incarnare e garantire l’universalità, allora essa diviene immediatamente oppressiva, totalitaria, integrista, invasiva, imperialista. Il presupposto cognitivo di questa degenerazione risiede, per un verso, nell’affidare l’identificazione della comunità ai parametri definibili tramite lo schema dentro-fuori e, per altro verso, nel credere a una derivazione o a una elezione esclusiva della comunità stessa da parte di un’origine: Dio, la patria, la razza e così via.


In tal modo un determinato gruppo di individui ... finisce per muoversi solo entro le due possibilità consentite da quello schema: escludere, definendosi per contrapposizione e per appropriazione di qualcosa che è negato ad altri; o includere, pretendendo dagli altri stessi omologazione, adattamento e conversione all’identità del gruppo. quando si determina un fenomeno del genere prende corpo un errore paragonabile a quello che riduce l’esistenza individuale al mero “istinto” di sopravvivenza. Su un altro piano, anche la comunità tenderebbe all’autoaffermazione come unica ragione di vita. Invece, non è men vero per la comunità di quanto lo sia per i singoli che il dinamismo essenziale della nostra inquietudine sta nella ricerca di una vita che sia più della vita. In ciò la comunità dilata e trasfigura la stessa ricerca del singolo. Quella umana è una vita di confine, cosicché il qui e ora in cui ogni volta è di fatto implicato il nostro intero essere è essenziale non come dimensione ultima, ma in quanto ricapitolazione e anticipazione di un viaggio in corso ... Le comunità cui possiamo partecipare, comunque connotate, non sono la meta ultima, la; destinazione e la verità della condizione umana. Sono intanto e tendenzialmente quella realtà di comunione in cui impariamo a condividere la vita, ad amare, a diventare noi stessi, a continuare il viaggio (Roberto Mancini, {link_prodotto:id=364}, Qiqajon, Bose 2004, pp. 9-11).