Avvento: sequela e parusia

Veniente di tradizione copta, atelier iconografico del Monastero di Bose
Veniente di tradizione copta, atelier iconografico del Monastero di Bose

La sequela del Signore non può neppure essere vissuta «se il tempo non viene abbreviato» o, in altre parole, «se il Signore non viene presto». Senza la speranza in una prossima venuta del Signore la sequela non può essere vissuta; senza la speranza in un accorciamento del tempo essa non può essere praticata. Le due, la sequela e l’attesa prossima, vanno insieme come le due facce di una medaglia. 

Le due cose: il suo appello: «Seguimi!» e la nostra preghiera: «Vieni, Signore Gesù!», sono inseparabili. Non a caso il testamento della Chiesa primitiva, che prendeva sul serio l’invito a una sequela radicale, si conclude con la preghiera: «Maranà tha», «Vieni, Signore Gesù!».

La sequela non può essere vissuta senza l’idea della parusia, senza l’attesa prossima. Chi dimentica ciò distrugge la sequela, cioè la distrugge e ammutolisce silenziosamente, in quanto non può ripetere continuamente azioni uguali con la stessa intensità. Alla sequela corrisponde una radicale esistenza nella speranza, con il pungolo apocalittico!

Ma noi cristiani non offriamo al mondo il penoso spettacolo di gente che parla, certamente, di speranza, ma che in realtà non ha più niente da attendersi? La vita cristiana è ancora caricata di attese e desideri orientati temporalmente? I cristiani – e gli stessi ordini religiosi! – guardano ancora realmente con tensione alla fine? Si attendono ancora in generale una fine, non soltanto per se stessi nella situazione catastrofica della morte individuale, ma per il mondo e il loro tempo?

Una delimitazione e una fine del tempo sono ancora pensabili, o l’attesa di una fine del tempo è da lungo relegata nel regno della mitologia, in quanto il tempo stesso è diventato un continuum omogeneo, privo di sorprese, un cattivo infinito, un’«eternità» vuota, frantumata e disgregata, nella quale tutto può succedere, eccetto una cosa: che cioè un secondo «diventi la porta attraverso cui il Messia entra nella storia», e in cui perciò ci sia tempo per il tempo? (. .. )

Di fronte all’intera vita ecclesiastica ci si può chiedere: la Chiesa non agisce troppo come un’istituzione che scaccia le attese capaci di deludere - e tali sono le vere attese! - per far posto a delle speranze atemporali, puramente individuali?

Non funziona essa, come ogni altra istituzione, come un’istituzione antiapocalittica che, in nome di una misura ad occhio e dell’armonia, della popolarità e della ragionevolezza, da lungo tempo offre a prezzi sopportabili tutti i paradossi del cristianesimo, adattandosi al corso delle cose, senza doversi preoccupare della prossima venuta del suo Signore? Eppure, lo affermiamo ancora una volta, tra la sequela e l’attesa prossima esiste un nesso così stretto che non si può più superare o liquidare, quanto meno con successo, una di esse senza compromettere e, alla fine, perdere totalmente anche l’altra.

J. B. Metz, Tempo di religiosi, Brescia 1978, pp. 60-63.