Se non fossi tuo, o mio Cristo…

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10 gennaio 2017

Gv  10,9-16

Prima di passare da questo mondo al Padre Gesù disse ai suoi discepoli:«9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12 Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.»


Celebriamo oggi la memoria di due padri della chiesa, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, che prima ancora di essere pastori del gregge erano pecore che si sentivano conosciute e amate da Gesù: “Se non fossi tuo, mio Cristo − pregava Gregorio di Nazianzo −, mi sentirei una creatura perduta!”.

“Io sono la porta”: per accedere alla comunione con Dio, per entrare nell’orizzonte della comunione, la via d’accesso non è la porta di un edificio sacro, ma è il Cristo, il buon pastore. Immagine che rimanda a una voce, una voce interiore, una voce sottile, che si può percepire se solo si è capaci di fare silenzio in sé: una guida, un maestro interiore, che ci conosce (che poi vuole dire: ci ama), che ci sorregge nel cammino verso una vita piena; è il Signore − colui che giorno dopo giorno è nostro interlocutore nel dialogo silenzioso della preghiera, colui che bussa instancabile alla porta del cuore di ogni essere umano −, è lui la nostra guida, quella vera, più affidabile, alla quale possiamo costantemente tornare, e che abbiamo imparato ad amare grazie anche al dono ricevuto di altre guide umane, pastori, padri e madri, incontrati lungo il cammino. 

Non a tutti è dato essere pastori del gregge. Tutti però siamo pecore e il Vangelo fornisce dei criteri di discernimento per distinguere il buon pastore dal mercenario o dal ladro: è colui che si spende per gli altri, che si consegna; non si dà alla fuga quando le pecore sono in difficoltà. In una parola: si lascia coinvolgere nella loro esistenza, conosce ed è conosciuto, offre relazione perché ha accettato di fare entrare altri nella propria vita. Gesù ha vissuto così e nell’ultima cena lascia ai suoi un gesto che ricapitola questo suo modo di vivere: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, offerto per voi”.

Ma Gesù chiede anche ai suoi, proporzionalmente ai talenti ricevuti, di coinvolgersi allo stesso modo nella vita degli altri, di adottare lo stile del pastore: “Amatevi come io vi ho amato … Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.

“Ho altre pecore, che non provengono da questo recinto…”. Anche al tempo di Gesù c’erano recinti, si costruivano muri, come oggi nel mondo, nelle comunità. “Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge”. L’unità, la comunione: il Vangelo non ci suggerisce come, non offre soluzioni, ma indica chiaramente un orizzonte. Per camminare in quella direzione bisogna ascoltare, lasciarsi interrogare dalla voce del Pastore che in quell’orizzonte ha vissuto, e accettare ogni giorno di ricominciare “d’inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine”, come diceva Gregorio di Nissa.

sorella Laura


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