Dalla vita alla vita

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

13 giugno 2017

Mt  6,9-15

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
10 venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

14 Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.


“Padre nostro”: in queste due parole dette così tante volte da rischiare di perderne il senso, troviamo già qualcosa su cui riflettere.

Prima di tutto l’aggettivo “nostro”. Perché non dire “Padre mio”? In questo “nostro” la sapienza della sequela ci insegna che nel cammino dietro a Gesù abbiamo accanto fratelli e sorelle, non siamo soli in cerca di perseguire un obiettivo individualistico, ma insieme possiamo camminare, insieme possiamo imparare ad amare. E poi la parola “Padre”, che in ciascuno di noi evoca un volto, una storia, quel padre a volte sufficientemente buono, a volte radicalmente carente. Il padre che preghiamo, quel padre che è nei cieli, è diverso dal padre che abbiamo avuto sulla terra, è un padre a cui possiamo dare del tu, è quell’altro da noi pronto ad accoglierci e spronarci, è quella base sicura e fedele che ci permette di avere fiducia nella vita, a volte insieme, a volte nonostante, il nostro padre sulla terra.

“Sia santificato il tuo nome”, pensiamoci dire: “Riconosco che il tuo nome, la tua identità è inestricabilmente connessa con la mia, senza di te non posso far nulla”.

E allora aspetto, attendo che “venga il tuo Regno”, che finalmente non ci siano più lamento e pianto, ma che tutto si compia nell’amore.

E quindi “sia fatta la tua volontà”, non la mia, perché io possa camminare sulla strada della vita. Compi in me ciò che ho iniziato ad essere, non smettere mai di insegnarmi ad amare anche se faccio resistenza, allarga il mio sguardo, rendimi spazio di accoglienza, rompi i muri che continuo a costruire e trasformali in ponti.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” e, ancora prima, dacci la capacità di vedere e abitare il nostro vuoto, la nostra mancanza, perché dalla paura di essere deserto possiamo diventare sorgente e pane.

Dacci la capacità di riconoscere il nostro bisogno e l’umiltà di chiedere aiuto. Dacci la certezza che la sovrabbondanza viene dalla condivisione e non dal possesso.

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, insegnaci l’arte del perdono che nasce insieme all’arte di riconoscere le nostre mancanze.

“E non abbandonarci alla tentazione”, sebbene ci seduca. Ricordaci che la via del bene e la via del male sono davanti a noi e che possiamo scegliere.

“Liberaci dal male”: non lasciare che l’ombra che abita in noi sia più forte della luce che viene da te.

Sostienici sempre nella lotta e aiutaci a ricominciare ogni volta che cadiamo, donaci la speranza di essere perdonati e insegnaci ad avere sugli altri lo stesso sguardo di misericordia che tu hai su di noi.

Perdonare non significa dimenticare, far finta che non sia successo nulla, ma permettere ancora un futuro. Significa non lasciare che il nostro passato determini il nostro presente.

Perdonare in modo autentico, senza insabbiare e senza ipocrisia di facciata.

Ci sono modi di dire “ti perdono” che sono pugnalate di risentimento infarcito di malcelata superiorità, ma l’unico atteggiamento che conta davanti al Signore è quello che nasce dalla nostra verità più profonda e si radica nella comunione concreta con gli uomini.

Il padre nostro è una preghiera che nasce dalla vita e porta alla vita, questo è il senso del cammino cristiano.

Sorella Elisabetta


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