Con fiducia a mani aperte

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

12 giugno 2017

Mt  6,5-8

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.


Gesù seduto sul monte, circondato dai discepoli sta indicando loro quale deve essere la “forma” del discepolo. Proclama le beatitudini, parla di sale e luce, dà indicazioni per l’elemosina, il digiuno, e ora è il momento della preghiera. Come pregare? Che parole usare? O forse, più precisamente, chi pregare.

In realtà Gesù inizia dicendo come non pregare: “Non siate simili…”, “Non siate come…” (vv. 5.8). Gesù descrive il pregare degli ipocriti, fatto di ostentazione, di ricerca di visibilità, una modalità che denota la loro inquietudine. I pagani sono inquieti e riempiono la loro preghiera di parole, quasi potessero fare pressione su Dio, un Dio che si potrebbe forzare a intervenire secondo i nostri desideri. Pagani, perché non conoscono Dio. E noi che ci diciamo discepoli, che conosciamo Dio, che magari scegliamo anche di metterlo al centro della nostra vita, possiamo dire di essere molto diversi da loro? Conosciamo davvero quel Dio al quale ci rivolgiamo? Crediamo davvero che alla nostra inquietudine si contrappone il sapere di Dio: “Il Padre sa di quali cose abbiamo bisogno” (v. 8)?

Come la insegna Gesù ai suoi discepoli, come lui stesso la vive, la preghiera è relazione, è ricerca di un dialogo, di un’intimità con colui che vogliamo conoscere. Pregare è quindi porsi fin dall’inizio in una apertura, in attesa di ciò che dall’incontro potrà venire. Ciò che però caratterizza il fatto stesso della preghiera cristiana, della preghiera del discepolo, il suo senso profondo è racchiuso nella fede, nella fiducia con cui ciascuno di noi entra nella preghiera.

Gesù ai suoi discepoli, a ciascuno di noi, ha fatto conoscere il volto di un Dio del quale si può avere fiducia. Questa è la vera questione: a che Dio mi rivolgo, quale immagine di Dio ho e di conseguenza come mi rivolgo a lui. Gesù ci ha aperto la strada verso un Dio che è Padre, verso un Dio sul quale possiamo contare per ogni cosa. Un Dio che non desidera la venerazione compiacente di servi ipocriti, ma un Dio Padre che desidera l’amore di figli da lui amati gratuitamente. Il problema allora non è dove preghiamo, in vista o nel segreto, quanto preghiamo, ma a chi ci rivolgiamo.

Gesù invita a pregare nel segreto, perché il segreto del cuore è il luogo in cui risiede la nostra verità più profonda, da lì può innalzarsi la nostra preghiera. Nell’intimità della relazione del volto a volto noi siamo nudi di fronte a Dio, lì non può esserci ipocrisia: o volgiamo il nostro sguardo e le nostre parole con fiducia verso un Dio Padre, oppure imbrogliamo per primi noi stessi. La presenza di Dio nell’uomo è profonda, spesso nascosta, ricoperta da strati di “io” che nascondono il “Tu”. Possiamo però scoprirla nel nostro intimo, facendo verità. Nell’uomo interiore abita la verità e Dio la conosce perché, come scrive Agostino: “Tu infatti eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Confessioni, III,6,11).

Con questo non significa che la nostra preghiera viene annullata di senso, la nostra preghiera è relazione e va coltivata. Dio attende che noi ci rivolgiamo a lui con fiducia e abbandono, che chiediamo, attende che le nostre mani non siano più chiuse su noi stessi ma aperte di fronte a lui, in modo che lui possa colmarle di ciò di cui noi abbiamo bisogno. Perché egli è “il Padre che è nei cieli e che darà cose buone a quelli che gliele domandano” (cf. Mt 7,11). Con questa certezza, con cuore non più inquieto, ci possiamo rivolgere al Dio Padre di Gesù e Padre nostro.

Sorella Elisa


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