Incontro e dimora in un amore

Atelier iconografico di Bose
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9 giugno 2017

Lc  18,1-8

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 1 una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». 4Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».


Il lieto annuncio che queste parole del Vangelo secondo Luca ci fanno è che il Signore è un Dio che si prende cura delle condizioni umane, e che verrà un tempo in cui egli farà giustizia al povero. Sì, il grido dell’oppresso, di colui che soffre ingiustizia non è indifferente al Dio di Israele, al Dio di Gesù di Nazareth, ed è un grido che sale davanti a lui.

Il Signore, infatti, è un Dio che “si compiace di manifestare il suo amore” (Mi 7,18) che trova gioia nel prendersi cura di ogni carne, non solo più di quanto fa un giudice duro di cuore e che tuttavia alla fine si piega alla richiesta di una povera vedova, ma anche più di quanto può fare un genitore che pure ama i suoi figli: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre che è dal cielo darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,13).

Per questo quando ci troviamo nel bisogno non solo dobbiamo, ma possiamo pregare sempre, senza stancarci, perché sappiamo che la nostra preghiera non ha il compito di scuotere un Dio che sia indifferente alle sorti umane, come lo erano gli dèi pagani, ma piuttosto ha la possibilità di inserirsi nel grande fiume della compassione di Dio per gli uomini e per ogni creatura, ha la possibilità di incontrare l’empatia che il Signore prova per ogni dolore e per ogni gioia delle sue creature.

La preghiera diventa così via di conoscenza dell’amore del Padre, e la preghiera incessante, senza stancarsi, diviene occasione di conoscere quell’amore di Dio che non viene mai meno, che è più perseverante della nostra povera preghiera, che è sempre fedele.

L’invocazione di aiuto, allora, non è ripetizione isolata di un grido, ma è incontro e dimora in un amore, amore vigilante, che si prende cura, amore che custodisce (cf. Sal 121), che sostiene tutta la vita dell’uomo, che è il suo spazio vitale, la possibilità del suo esserci, vivere, amare, il suo stesso respiro. Pregare, così, non diviene un gesto eroico, espressione di una fede al di fuori della normale portata umana, ma l’atto semplice e confidente di un bambino che posa il capo sul petto della madre (cf. Sal 131,2).

Il problema, ci dice Gesù, è però un altro: non quello della fedeltà o meno di Dio, ma quello della nostra poca fede. Noi abbiamo fede, crediamo che Dio vegli su di noi per prendersene cura? Crediamo che ci sarà un giorno in cui egli farà giustizia all’oppresso e al povero?

“Il Figlio dell’uomo, venendo, troverà la fede sulla terra?”. Queste parole ci parlano non tanto della solitudine dell’uomo, ma, paradossalmente, di quella di Dio, di un Dio che non viene invocato, cercato, di un Dio del quale l’essere umano spesso non si fida, al quale non ricorre, al cui amore non crede. Il vangelo ci presenta, nella persona di Gesù, un Dio che si fa mendicante della fiducia delle sue creature.

Bisogna solo pregare sempre e saper aspettare. La preghiera ci interroga sul nostro rapporto con il tempo ed esige una disciplina del tempo, nella certezza che se il Signore attende è solo perché vuole ancora usare misericordia (cf. 2Pt 3,9). Ma il Signore non ritarda, e non si dimentica di quanti levano a lui il suo grido. Ma noi abbiamo questa fiducia?

Sorella Cecilia


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