Pregava se stesso

Atelier iconografico di Bose
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10 giugno 2017

Lc  18,9-14

In quel tempo 9 Gesù disse questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: ‘O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo’. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore!’. 14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.


Due uomini. Tutti e due salgono al tempio, stanno davanti a Dio e pregano. Ciò che dicono è anche vero per ambedue: se, rispetto alla legge, il fariseo non ha nulla da rimproverarsi, il pubblicano sa di trasgredirla costantemente. Al loro ritorno però, uno solo è detto giusto: non colui al quale si pensa nella logica del mondo (che però non è più quella del mondo che ora favorisce piuttosto i furbi), non l’uomo per bene, il religioso, bensì l’affarista senza scrupoli nei confronti delle sue vittime, l’esattore delle tasse, il collaborazionista. La discriminante non è la loro identità, ma il loro “stare”, il loro modo di essere, di esserci.

Per tutti e due Luca utilizza il verbo “stare in piedi”, anche se in due forme diverse (quasi sinonime), forse proprio per renderci attenti alla loro postura. Il primo ringrazia, il secondo si batte il petto. Sono due atti legittimi: la lode e la supplica sono le due forme di preghiera che ci insegna il libro dei Salmi. Non qui sta la loro diversità.

Sta invece in questo: il primo, “stando in piedi, pregava tra sé”; forse sarebbe più corretto tradurre: “pregava se stesso”, o, meglio ancora: “stando davanti a sé, pregava”. Sta nel tempio come davanti ad uno specchio. La sua preghiera solitaria è un guardarsi compiaciuto e trovarsi a posto … a differenza degli altri.

Anche l’altro sta in piedi, ma “a distanza”. A distanza dal fariseo certo, ma anche da colui al quale rivolge la sua preghiera, a indicare il suo rispetto, ciò che il linguaggio biblico chiama il “timore di Dio” … e forse anche a distanza da se stesso, per poter valutare meglio ciò che vive in profondo: una vita vuota, senza senso.

Ma questi atteggiamenti dicono l’immagine che i due hanno di Dio. Il primo vede in Dio la legge alla quale obbedisce, il complesso dei precetti che gli consentono – perché li ha messi in pratica facendo persino più di quanto richiedono – di sentirsi giusto e di ringraziare Dio di non essere come gli altri. Per il secondo, Dio è dono – e perdono – e per questo, con umiltà e semplicità, gli chiede l’unica cosa di cui ha bisogno: il suo amore che dà senso alla sua vita.

Davanti a Dio, o piuttosto in assenza di Dio, il fariseo ha le mani piene di beni che può offrire. Davanti a Dio, al Dio elusivo e silente, il pubblicano ha le mani vuote, come i bambini. E siccome il Regno è dato a quelli che lo accolgono come i bambini (cf. Lc 18,17), il pubblicano torna a casa sua come nel Regno, perché ha adottato l’atteggiamento giusto davanti a Dio; non è solo detto giusto nonostante sia sempre peccatore; no, ora è giusto perché ha chiesto e ottenuto la giustizia che viene solo da Dio.

Il legalista si sa giusto, anche senza Dio, e quindi torna in quel se stesso che non ha mai abbandonato. Il suo salire al tempio è servito a nulla; è stato solo uno spostamento geografico effimero senza effetto. È forse condannato? No. Con questa parabola Gesù gli fa capire la sua vera condizione, la sua infelicità. Da questa bassezza potrà, quando vorrà, essere esaltato.

Fratel Daniel


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