Coraggio e tempestività

Atelier iconografico di Bose
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6 giugno 2017

Lc  16,1-9

In quel tempo Gesù disse ai suoi disceoli: 1 «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». 3 L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5 Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6 Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7 Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9 Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.


Gesù rivolge ai discepoli una parabola paradossale: il protagonista è un amministratore disonesto. Il rapporto di fiducia che lo legava al suo padrone è spezzato.

Quest’uomo, che fino ad allora aveva dissipato i beni che gli erano stati affidati, ritorna improvvisamente in sé, si rende conto della sua situazione, si mette a pensare, si pone delle domande. Che fare? Che cosa veramente mi appartiene? È la domanda che le folle dei penitenti rivolgevano a Giovanni Battista: “Che cosa dobbiamo fare?” (Lc 3,10). È l’inizio della conversione.

L’amministratore agisce scaltramente: fa dei debitori del padrone suoi debitori personali. La parabola ci dice che era disonesto, era abituato alle falsificazioni: ma in questo caso egli guarda al futuro (sa che non sarà più amministratore); cerca di intessere relazioni con i debitori, condivide i beni, nella speranza “che qualcuno lo accolga in casa sua” (forse cambiando le ricevute si priva del proprio interesse usuraio, non imbroglia il padrone più di quanto non lo avesse frodato prima). In un certo senso, quest’uomo è cambiato. L’essenziale è la risposta positiva al rendiconto che la vita gli richiede: Agisci con decisione, ricomincia!

Il Signore loda il suo modo di agire, perché ha operato con accortezza e lucidità: ha preso con coraggio e tempestività le decisioni necessarie in una situazione di emergenza, guardando in faccia la realtà. Questa lode di un amministratore disonesto ha messo in imbarazzo generazioni di commentatori: “L’amministratore disonesto provvedeva a una vita che deve finire ― commenta Agostino ―: e tu cristiano non vuoi provvedere alla vita eterna?”. Lo stesso evangelista sembra voler attenuare lo scandalo di questa parabola spiegandola con i detti di Gesù che esorta i discepoli a procurarsi la salvezza con la disonesta ricchezza; cioè condividendo i beni con i poveri, affinché essi, i primi destinatari della buona novella, ci possano accogliere nelle dimore eterne.

Eppure occorre chiedersi: Perché la ricchezza è disonesta? Possiamo rispondere perché è frutto di ingiustizia; o perché causa ingiustizia e oppressione; ma più in radice, la ricchezza è ingannevole nella sua sostanza: promette e non mantiene, perché seduce l’uomo, lo convince a porre in essa la sua fiducia. Crediamo di servirci delle ricchezze e senza avvedercene ne siamo posseduti; il denaro è un idolo che seduce il nostro cuore, suggerendogli possibilità illimitate, un potere immenso sul tempo della nostra vita, sulla vita degli altri: asserviamo noi stessi e asserviamo gli altri in strutture di potere che sono sotto il dominio dell’avversario che le dà a chi vuole (Lc 4,6); la ricchezza non condivisa sfigura il volto del povero e del bisognoso, perché cancella in noi l’immagine di Dio.

In un’altra parabola Gesù aveva raccontato di un uomo ricco e stolto, che non si era messo in questione come l’amministratore disonesto, ma aveva continuato ad accumulare tesori per sé senza arricchirsi davanti a Dio (Lc 12,20-21), fino a morire d’improvviso “come gli animali che periscono” (Sal 49,13). Occorre essere vigilanti e discernere la vera ricchezza, che è il bene della comunione, dell’amore fraterno, del dono dell’amore che viene da Dio.

Fratel Adalberto


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