Il Dio narrato da Gesù

Atelier iconografico di Bose
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5 giugno 2017

Lc  15,11-32

In quel tempo Gesù disse ai suoi disceoli: 11«Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».


“Dio, nessuno l’ha mai visto − ci dice l’evangelista Giovanni −. Il Figlio unigenito, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). E nella parabola lucana che il testo evangelico di oggi ci propone vediamo delineati alcuni tratti del volto di Dio che Gesù narra con la sua parola e soprattutto con il suo stile di vita, con l’intera sua esistenza. Mi limito a sottolinearne due.

−    È un Dio che rispetta la nostra libertà. Certo, è stata una grande scommessa, da parte sua, volerci creature libere: una scelta ad alto rischio, perché sarebbe stata perennemente contraddetta dalle nostre ribellioni. È la ribellione del figlio minore, con quel suo “dammi la parte che mi spetta!”. Dammi: è far diventare pretesa ciò che è promessa. Si dovrebbe accogliere, invece si prende, ci si impossessa, nell’illusione di realizzare la propria autonomia, per ritrovarsi poi “in un paese lontano”, tra i porci... Sorprende il fatto che questo padre non trattenga, non metta in guardia, non minacci, ma lasci andare. Spesso, infatti, preferiremmo che Dio ci obbligasse, ci trattenesse. Si pensi all’antico lamento del popolo di Israele: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie?” (Is 63,17). No, Dio ha scelto la via della debolezza, addirittura dell’impotenza, che è rispetto della nostra libertà. “Se vuoi...”, dirà Gesù a più riprese. Grandezza e miseria dell’essere creature libere...

Ma è anche la ribellione risentita e rancorosa del figlio maggiore, quello apparentemente bravo e devoto. Bravo, soprattutto, a far calcoli: conta il numero degli anni passati a servizio di suo padre, e dunque i “meriti” acquisiti rispetto all’altro figlio, a cui non riconosce la qualità di fratello. Né vero figlio, né vero fratello: un estraneo all’interno della casa, e infatti in casa non vuole entrare. Eppure anche in questo caso il padre non costringe: non costringe a entrare, così come prima non ha costretto a restare. Ma prega, supplica!

−    È inoltre un Dio che ama, e dunque che gioisce e soffre. “Se a Dio si attribuisce la capacità di amare, allora deve essergli attribuita anche la capacità di soffrire” (Nikolaj Berdjaev). Cosa fa il padre nel tempo della lontananza del figlio? Attende, scruta l’orizzonte (“ubi amor, ibi oculus”). Soffre e spera. Potrà dire: “Questo mio figlio era morto”, perché in realtà si è sentito morire lui stesso per la sua assenza. E che gioia, che corsa, quando il figlio ricompare! Ma sarà gioia piena solo se anche l’altro figlio si unirà alla festa. Colpisce la capacità di questo padre di far fiducia all’uno e all’altro figlio, nonostante che il suo amore sia stato incompreso, ferito, contraddetto (l’amore non va meritato!). E resta negli occhi e nel cuore quell’ultima immagine della parabola: il padre che esce a pregare il figlio maggiore perché entri a prendere parte alla festa e riconosca la propria qualità di fratello. Entrerà, oppure si indurirà nel suo risentimento?

Sì, sarà festa per Dio solamente se tutti i suoi figli accetteranno di sedere all’unica tavola del Regno, riconoscendosi finalmente quali fratelli, sorelle!

Fratel Valerio


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