La promessa della compagnia di Cristo

Atelier iconografico di Bose
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14 giugno 2017

Mt  18,19-20

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro"


“Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome, lì sono io in mezzo a loro”. Al cuore del Vangelo di Matteo risuona la promessa della compagnia di Cristo, della sua presenza in mezzo alla comunità dei credenti, che invocano il Padre, nel nome del Figlio.

Come ha ricordato il concilio Vaticano II, infatti, Cristo è presente nella chiesa, in forme e modi diversi: è presente “nelle azioni liturgiche”, “nella persona del ministro”, nel mistero dell’eucaristia, “nei sacramenti”, nella Parola proclamata, ed “è presente infine quando la chiesa prega e loda, lui che ha promesso: ‘Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro’ (Mt 18,20)” (Sacrosanctum Concilium 7).

“Dove due o tre sono riuniti…”: è un numero esiguo, a misura d’uomo, nella proporzione delle relazioni fondamentali più vere, come la fraternità, l’amicizia o l’amore, che uniscono in una profonda comunione dei piccoli nuclei di affetti e legami. È la dimensione del «piccolo gregge» (Lc 12,32): una comunità forse fragile, umanamente e sociologicamente, eppure – come insegna ancora il concilio – “in queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la chiesa una” (Lumen gentium 26). Così la chiesa – quando, nonostante la sua piccolezza, si lascia radunare dal Signore che la chiama per farle udire la sua parola e spezzare il suo pane – può sperimentare quel “vincolo di carità” e quel “segno di unità” che la fa vivere: “Chi vuol vivere, ha qui ciò in cui vivere e ciò di cui vivere. Si avvicini, creda, venga incorporato, per essere vivificato” (Agostino).

“Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome” o – seguendo letteralmente il testo greco – “verso il mio Nome”: la comunità dei discepoli ha un orientamento preciso, una direzione per il proprio cammino e il proprio sguardo. Coloro che sono in Cristo, che dimorano nel suo Nome, che trovano in lui uno spazio di vita e di senso, sono anche e sempre in movimento verso quel Nome, in uno slancio e in un’attesa che si protendono verso quell’unità che è sempre da costruire, da edificare, da compaginare, da sorreggere, da approfondire.

“Lì sono io in mezzo a loro”, dice il Signore. Come il Dio di Israele aveva detto: “Camminerò in mezzo a voi, sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Lv 26,12), così il Cristo occupa la posizione mediana, che rimanda alla postura pasquale del Risorto che sta “in mezzo” ai suoi (cf. Gv 19,18; 20,19.26). La promessa di Cristo riluce, quindi, di gioia pasquale, come si legge anche nell’ultima pagina del Vangelo di Matteo, quando il Risorto prende congedo dalla sua comunità, lasciandole in dono la sua estrema promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). In tal modo si chiude il cerchio della promessa, inaugurata dalle parole profetiche del primo Testamento, che erano risuonate nell’ora dell’annunciazione: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi” (Mt 1,24; cf. Is 7,14).

Là dove gli uomini e la chiesa soffrono la paura dell’abbandono, quando siamo abitati dal timore di essere abbandonati a noi stessi, di essere lasciati in balia delle nostre solitudini, dei nostri deserti interiori, risuona ancora una volta l’annuncio della vicinanza e della prossimità del Signore, che sta “in mezzo” ai suoi, rinnovando ogni giorno la promessa fatta ai padri dal Pastore di Israele: “Sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò” (Gs 1,5).

Fratel Emanuele


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