Vita di comunione

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

30 giugno 2017

Mc  3,13-19

In quel tempo Gesù, 13 salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15 con il potere di scacciare i demòni. 16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17 poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19 e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.


Oggi ricordiamo che la chiesa è edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, e che la sua pietra angolare è lo stesso Gesù Cristo. Facendo memoria del collegio apostolico, non dimentichiamo che pure i profeti sono indispensabili perché la chiesa, proprio come Israele, non sprofondi nella mondanità.

Dell’autorevolezza degli apostoli fu parte indispensabile la comunione tra loro e con Gesù. Il vangelo dice l’essenziale: “Gesù ne fece dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare e ad avere potere sugli spiriti immondi” (Mt 3,14-15).  

Scegliendo dodici discepoli, come dodici sono le tribù di Israele, Gesù conferma la sua comunità dentro la storia del suo popolo. “Perché stessero con lui”: questo è il primo motivo, e non solo in ordine di tempo. Perché vivendo con lui e grazie a lui imparassero a vivere come lui. È la loro vita comune con Gesù, immersi nella sua parola e nella sua misericordia, di continuo convocati dalla sua presenza e dal suo amore fraterno di pastore e di agnello in mezzo al piccolo gregge, che li costituisce testimoni autorevoli di ogni parola e racconto sulla vita di Gesù. Ed è la loro testimonianza che ci è trasmessa nei vangeli, perché Gesù non ha scritto nulla.

Dai vangeli noi sappiamo anche che tutta la loro incomprensione di Gesù, che giunse fino ad abbandonarlo alla passione e alla morte come loro stessi ci testimoniano, non invalidò la loro vocazione e la loro autorevolezza. Il fatto capitale che, scelti, chiamati e amati da Gesù, i dodici lo avessero seguito, vivendo della sua parola e della sua misericordia, fu confermato e ricreato dal perdono e dallo Spirito e soffiato su di loro dal Risorto, perché la chiamata del Signore è sempre irrevocabile.

Ma quando Gesù non era più con loro, come fare per vivere con lui, come continuare questa priorità? Ricordando le sue parole e vivendo come lui. Ricordando che Gesù aveva detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), promettendo la sua presenza in ogni comunione umana nel suo Nome. Ricordando che il Risorto lo incontrarono insieme nel cenacolo, e che insieme ricevettero il suo spirito di perdono e di pace, e la promessa: “Io sarò sempre con voi” (cf. Mt 28,20). È dunque la vita di comunione tra coloro che lo seguono ricordando le sue parole il luogo dello stare, del rimanere, del vivere con Gesù. Come e più di tutti gli altri, i dodici e coloro che li seguiranno nello stesso ministero della Parola e della comunione sono vincolati a vivere una vita di comunione per poter vivere con e come Gesù, e per poter, nutriti dalla memoria comune, sostenuti e corretti dalla vita di comunione, vivere una vita che sia annuncio del vangelo, segno di comunione, potere sui demoni, autorità sugli spiriti che ammalano lo spirito, l’anima e il corpo degli umani.

E dovranno ricordare che Gesù diceva: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Gesù li aveva chiamati non per servirsi di loro per la propria missione, ma per servirli, e proprio vivendo a loro servizio aveva narrato Dio. Coloro che presiedono sono chiamati a evangelizzare le comunità servendole, perché Gesù ha detto loro: “Come il Padre ha mandato me, io mando voi”.

sorella Maria


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