Signore, se vuoi, puoi purificarmi!

Evangelario del Monte Athos, Iviron,  XIII sec.
Evangelario del Monte Athos, Iviron, XIII sec.

5 luglio 2017

Mt  8,28-34

In quel tempo Gesù 28 giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. 29 Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?». 30 A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; 31 e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque. 33 I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.


L’evangelista Matteo segnala l’opera di guarigione fin dall’inizio del ministero pubblico di Gesù.

Subito dopo l’arresto di Giovanni Battista, Gesù si ritira in Galilea, regione di confine che la profezia di Isaia definisce come limite tra la vita e la morte, avvolta nelle tenebre: ed ecco che “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta” (Is 9,1).

Gesù percorre tutta la regione, “insegnando nelle sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo ... conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì” (Mt 4,23-24). Dopo questo riassunto tuttavia, nel vangelo secondo Matteo bisogna giungere al capitolo 8 per avere la narrazione di una guarigione. Solo dopo la chiamata dei discepoli e una lunga esposizione dell’insegnamento di Gesù, Matteo presenta l’opera di guarigione come concretizzazione della potenza della parola di Gesù. Un lebbroso si avvicina e supplica “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”; Gesù lo tocca e  proclama: “Lo voglio!”. Un centurione, un pagano, gli va incontro e insiste: “Di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”, anche senza che tu ti avvicini a lui. Gesù entra nella casa di Pietro e trova la suocera di lui a letto e con la febbre: la tocca e la guarisce.

Qui non ci sono parole o suppliche, è semplicemente il farsi vicino e il toccare che guarisce. L’evangelista inserisce a questo punto un secondo sommario di tutta l’opera di guarigione di Gesù e specifica che questo avviene nel segno del compimento della profezia di Isaia 53,4: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (la versione greca di Isaia legge: “Ha preso i nostri peccati”, ma il testo di Matteo rimane vicino all’ebraico). Ecco dunque insieme la forza e la debolezza della parola e dei gesti di Gesù. Gesù non libera dal male senza prezzo: libera sì, ma prende su di sé la malattia. Non c’è trionfalismo o sfoggio di potenza  nel camminare di Gesù per le strade di Galilea e nella zona montagnosa al di là del mare, c’è infinita compassione.  

Ed ecco che nel passare all’altra riva si scatena la tempesta e i discepoli sono atterriti dalla paura: tempesta e flutti sono simboli della morte. Gesù minaccia, sgrida il vento e il mare e tutto si acquieta. Lo stupore attonito di chi si trova davanti all’azione divina succede alla paura. Ed ecco la pericope odierna, il primo incontro esplicito di Gesù con il demonio.

sorella Raffaela


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