Fraternità

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6 settembre 2017

Lc  4,38-44

In quel tempo Gesù 38 Uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. 39 Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva. 40 Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. 41 Da molti uscivano anche demòni, gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo. 42 Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. 43 Egli però disse loro: “È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato”. 44 E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.


Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28): prima di dire queste parole, Gesù le ha vissute. Nel suo quotidiano è stato veramente l’albero presso il quale si poteva trovare sollievo dalla calura (“… fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”, Mc 4,32), è stato come il samaritano della parabola che, passando accanto a un uomo ferito, lo ha visto e ne ha avuto compassione (cf. Lc 10,32). Il quotidiano di Gesù, che questo vangelo ci descrive, era fatto di gesti molto semplici: chinarsi sulle persone, toccarle, pregare su di loro e imporre le mani. C’erano anche miracoli, ma sempre come segni dell’avvento del regno di Dio, non della grandezza del guaritore. Per questo Gesù non si lascia catturare da quelli che “tentavano di trattenerlo”. Il suo mandato non era guarire tutti, ma annunciare la buona notizia del regno di Dio, una buona notizia che annunciava senza protagonismo, con una prassi di misericordia e compassione, una prassi di carità.

Mi chiedo: come faceva a reggere il peso di tutto il dolore che accostava? Perché di peso si tratta. A noi, di fronte al dolore dell’altro, viene voglia di scappare. Matteo, a proposito dell’attività guaritrice di Gesù, cita Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie” (Is 53,4; Mt 8,17). Farsi carico… quanto è faticoso portare il peso dell’altro! Ne abbiamo tutti fatta l’esperienza con un malato, un anziano; ma poi ne facciamo esperienza ogni qualvolta cerchiamo di vivere seriamente la fraternità, perché l’altro, il fratello, la sorella, è sempre un peso da portare, così come anche noi lo siamo per lui. E così deve essere, se l’amore non è infatuazione per l’altro o attaccamento all’immagine del nostro io eroico, soccorritore del prossimo. Gesù non aveva un’immagine da difendere, né era superficialmente infatuato del prossimo: casto, obbediente e umile ha saputo portare il peso degli altri, gli altri che incontrava, come un servo fidato, in obbedienza a un mandato ricevuto da Dio. E passando per questo faticoso cammino, prendendo su di sé questo giogo, ha amato, di un amore serio, responsabile, intelligente, di un amore umile, di un amore fraterno.

“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Dal quotidiano di Gesù possiamo imparare il faticoso cammino della carità e non prendere a pretesto i miracoli per dire che quel cammino non fa per noi, che Gesù ha guarito mentre noi non possiamo guarire. Non possiamo guarire quasi mai, ma possiamo tenere nella nostra la mano di chi muore, consolare chi piange, stare vicino a chi è nella prova. È una via di umanità, e non è preclusa a nessuno: conosciamo persone che non credono in Cristo e danno da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, consolano gli afflitti…

“… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,29). Gesù ci ha svelato che in questa via si può trovare pace, che quel giogo è dolce e il peso è leggero se accettiamo di portarlo con lui, se accettiamo a nostra volta che altri ci portino. Questa è fraternità.

sorella Laura


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