Viva immagine di Cristo

Atelier iconografico di Bose
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4 ottobre 2017

Mt  11,25-30

25 In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27 Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


“Ti rendo lode, Padre…”, cioè ti riconosco, ti confesso e ti rendo grazie. Tutta la vita del Cristo trova in questo inno di ringraziamento il suo compendio, e quelle parole risuonano poi sulle labbra dei discepoli di Gesù, quando sanno riconoscere che tutto ci è stato donato e consegnato da quel Padre che – attraverso il Figlio – ci apre l’accesso alla rivelazione e alla conoscenza del suo mistero di benevolenza.

“Se si vuol conoscere un uomo, bisogna cercare Colui verso il quale la sua vita è segretamente rivolta, Colui al quale, più che a qualsiasi altro, egli parla, anche quando in apparenza si rivolge a noi. Tutto dipende da quest’Altro che si è scelto. Tutto dipende da Colui al quale si rivolge in silenzio, per ottenere la considerazione del quale ha messo insieme fatti e prove, per amore del quale ha fatto della sua vita quello che è” (Ch. Bobin). Il Cristo è esattamente questo Figlio, tutto rivolto verso il Padre, dal quale è uscito e al quale fa ritorno (cf. Gv 16,28). Allo stesso modo, ritroviamo questa stessa “estroversione” in Francesco d’Assisi – di cui in questo giorno la liturgia fa memoria –, il giullare di Dio, l’alter Christus, tutto teso a cantare, con la propria esistenza, il Dio delle misericordie: “Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedizione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane e nullu homo ène dignu Te mentovare” (Laudes creaturarum: Fonti Francescane 263).

E oggi la Chiesa ripete questo canto di lode riconoscendo che in san Francesco Dio ha offerto alla sua Chiesa una viva immagine di Cristo (cf. Messale Romano, orazione colletta). Il santo di Assisi è uno di quei “piccoli” che hanno saputo scorgere, accogliere e vivere il mistero dell’amore: mistero di un amore appassionato e crocifisso, di un amore in ginocchio, di un amore umile nella nudità della sua spoliazione, di un amore contraddetto e incompreso, perché non conforme alle logiche del mondano; un amore che sfugge al sapere rassicurante dei sapienti e all’arroganza degli intellettuali. Come diceva Francesco a frate Leone: “Se ’l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini: iscrivi che non è in ciò perfetta letizia” (Fioretti, c. VIII: FF 1836).

La pienezza della gioia, invece, è affidata alle mani e al cuore di quegli stanchi e oppressi che cercano riposo e sollievo nella mitezza e nell’umiltà di Cristo, portando su di sé il suo giogo dolce e il suo peso leggero. Mitezza e umiltà – troppo spesso confuse con debolezza e impotenza, e bollate come virtù dei vinti – sono in realtà l’evento di una forza dolce e di una dolcezza forte. La mitezza si manifesta nella volontà e nella capacità di porre un limite alla propria forza, dominandola, governandola, addomesticandola e orientandola verso la vita. L’umiltà è la tensione del cuore di chi cerca di aderire alla realtà, di restare fedele alla terra, di fare la verità su di sé, posando uno sguardo sincero sui propri doni e sui propri limiti: “Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano troppo in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me” (Sal  131,1).

In tal modo, i giorni errabondi e festanti di Francesco hanno raccontato la “piccolezza” di un’esistenza resa conforme alla mitezza di Cristo e così resa degna di venir “sommersa nell’abisso della chiarità divina” (Bonaventura, Legenda maior 14,6: FF 1243).

fratel Emanuele


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