Innanzitutto la gioia

Atelier iconografico di Bose
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7 ottobre 2017

Lc  10,17-24

In quel tempo 17  i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».


Innanzitutto la gioia. La gioia (chará) dei settantadue discepoli di ritorno dalla missione affidata loro da Gesù e coronata dal successo e dalla vittoria sulle forze del male. È la gioia che emerge dopo aver ottenuto grandi risultati, operato imprese clamorose, atti eroici. È una gioia imponente ma assai fragile, che può spezzarsi e essere spazzata via di fronte alle crisi e alle persecuzioni che pur arriveranno per i discepoli di Gesù. Pochi versetti prima Gesù aveva annunciato chiaramente il suo fallimento ai suoi amici più intimi (cf. Lc 9,22-25). I discepoli partiti senza garanzia alcuna, senza programmi e in totale libertà, liberano nel nome di Gesù le persone dal peccato, dalle malattie, dalle infermità.

Gesù non li applaude, ha visto i loro risultati ma ora li invita a contemplare il Padre, e sposta il baricentro della gioia dall’esteriorità (i frutti immediati della missione) all’interiorità di figli amati dal Padre: “Rallegratevi, gioite (chaírete) piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Il tuo nome, cioè la tua esistenza è preziosa agli occhi di Dio. Il cuore di Dio custodisce un amore smisurato per te. Nella sua dimora c’è un posto riservato a te, a te solo. Ecco la gioia profonda e duratura di chi sa nell’intimo di essere amato. Di chi sa che di fronte al fallimento e alle tragedie della vita sarà risollevato da Dio. Di chi cade ed è rialzato dalla potenza del Padre misericordioso. Di chi invoca la grazia e non la perfezione, di chi sa accogliere anche i graffi e il dolore, senza cedere alla disperazione. Di chi sa che “anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4). Nulla potrà danneggiarmi.

Anche Gesù esulta di gioia. Di una gioia profonda, mossa dallo Spirito santo, che rivela la sua capacità di sorprendersi. Quella sorpresa gli fa sobbalzare il cuore e gli fa aprire le labbra nella bellissima preghiera della berakà: “Ti rendo lode, ti benedico, o Padre…”, che è un canto e una danza d’amore. Gesù comprende la potenza dell’agire di Dio sull’umanità, in particolare sui piccoli, in questo caso i suoi discepoli e compone il suo inno di lode al Padre. Dio nel suo disegno d’amore ha scelto loro, i piccoli, gli “infanti”, i semplici, i poveri, quelli che non contano agli occhi del mondo, gli emarginati, gli oppressi come luogo della sua rivelazione. Gesù è colmo di stupore e gioisce di una gioia profonda perché il sogno di Dio sull’umanità, che lui ha inaugurato con la sua vita e la sua predicazione itinerante, ha la potenza di andare avanti,  e continua anche senza di lui.

Gesù, che è il volto del Padre e ha ricevuto la sua fiducia e la sua benevolenza, a sua volta dà fiducia e responsabilità ai discepoli, offre autorità e potenza. È questo il segreto della vita: ricevere e dare fiducia, accoglierla nel soggiorno del nostro cuore e offrirla in dono a chi è accanto. E scomparire senza avere paura della morte. Da questa fiducia nasce la crescita dell’altro, la liberazione dal male, la sua rigenerazione a nuova vita e cresce “la gioia duratura dell’albero”.

“Voglio che un giovane trovi nella scorza
che io forgiai con lentezza e con metalli
come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affidandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa”

(Pablo Neruda)

È questa la gioia che Gesù fa rimbalzare nella beatitudine finale: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. Che Dio ci conceda occhi nuovi e limpidi per riconoscere e contemplare il suo agire nei piccoli della storia.

fratel Giandomenico


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