Il Regno, desiderio di Dio e principio di crescita

Pala d'altare (particolare), Cappella di san Benolfo, Mondovì (Cuneo).
Pala d'altare (particolare), Cappella di san Benolfo, Mondovì (Cuneo).

31 ottobre 2017

Lc  13,18-21

In quel tempo, Gesù 18 diceva: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? 19 È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”.
20 E disse ancora: “A che cosa posso paragonare il regno di Dio? 21 È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.


Che cos’è il regno di Dio? È il grido: “Dio regna!”, il grido di gioia e stupore che troviamo in diversi salmi. È la Signoria di Dio sulla storia, sull’attività umana, sul nostro pensare e sul nostro parlare. È la legge del Signore vissuta dal credente.

Ci possiamo chiedere a cosa serva una legge. C’è uno scopo molto semplice della legge, delle leggi degli uomini: quella di difendere il gruppo sociale, soprattutto i più deboli del gruppo, dal singolo, dalle pulsioni del singolo. La legge serve a difendere gli altri da me stesso.

Però questa è una funzione minimale della legge. Perché al limite per difendere gli altri da me stesso basterebbe che essa stabilisse la mia morte: immediatamente tutto il mio vivere sarebbe un silenzio, un silenzio che neppure disturba gli altri.

Platone ci ricorda le ultime parole che il suo maestro, Socrate, rivolge a Critone: “Dobbiamo un gallo ad Asclepio. Pagate questo debito e non dimenticatevene”. Asclepio, il dio della medicina, aveva infatti fornito un farmaco che avrebbe favorito la salute di Atene e dei suoi cittadini: la cicuta che Socrate aveva appena assunto. Atene e i suoi cittadini si stavano liberando di un malessere grazie al farmaco di Asclepio, e il dio doveva essere ringraziato. Che questo debito lo paghi proprio l’individuo di cui la città si sta liberando mostra la grandezza di Socrate, e il suo grande senso civico. E, forse, anche il suo grande, e tragico, humour.

Ho anche sentito dire che il proiettile che uccide il condannato a morte nella Repubblica popolare di Cina è pagato dalla famiglia del reo. Il figlio deve baciare la mano che lo percuote, altrimenti la società dei padri non si regge.

Tutto questo, forse, è necessario per la vita degli uomini. Però il vangelo ci ricorda che questa è la legge degli uomini, la legge che difende il gruppo dalla persona. Ma questa legge non esaudisce il desiderio di Dio.

Il grido: “Dio regna!” per Gesù è l’affermazione del principio di vita della persona, della storia, del gruppo sociale. È il piccolo seme che fa il giardino: perché il giardino senza alberi è un posto molto quieto, ma è un deserto, come una società senza individui, o un monastero senza monaci. Il deserto non è un giardino.

Il regno di Dio è il lievito che fa crescere la pasta, che altrimenti resta qualcosa di meno appetibile e senza forma.

Il regno dei cieli è il principio di crescita, che implica molta pazienza, ma che è l’unico che garantisce la vita. Il regno dei cieli è il principio di autorità nel senso più profondo, “auctoritas” da “augere”, “far crescere”. Non una semplice legge che contiene, governa, limita la vita, ma il santo seme che contiene l’albero che contiene gli uccelli del cielo; il santo lievito che fa accrescere l’impasto e lo prepara a diventare cibo per le moltitudini.

Il regno dei cieli non è per persone tranquille. Il regno dei cieli richiede passione. Richiede una grande fatica: “Quaerens me sedisti lassus, redemisti Crucem passus: tantus labor non sit cassus”.

fratel Stefano


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