Saper attendere

Mosaici del Duomo di Monreale
Mosaici del Duomo di Monreale

6 novembre 2017

Lc  14,12-14

In quel tempo, 12 Gesù disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Due mi sembrano le dinamiche a cui questo passo del vangelo ci introduce e che ci offre: quella del dono e quella dell’attesa.

Quella del dono: solo se consideriamo l’altro come un dono per noi siamo in grado di vivere in quella dimensione che appare esternamente come gratuità, ma che non è altro che il riflesso della gratitudine: gratitudine per la presenza, la vita e il volto dell’altro, dell’altro in sé, non in quanto può sopperire a quelli che io posso avvertire come miei eventuali bisogni. Allora, anche se l’altro non ha l’equivalente da ricambiarmi, la mia gratitudine per la sua stessa presenza sarà ricambiata dallo stesso esistere ed esserci dell’altro, e gli sarò grato, grata, per il fatto stesso che esiste e che mi visita, che accetta di essere da me invitato e accolto.

Questa la logica del dono, che ci fa vivere non da schiavi di una legge, fosse pur religiosa e santa, ma come fratelli e sorelle amati dall’unico Padre che è nei cieli, fratelli e sorelle che come tali con gioia si riconoscono e si accolgono, nell’unione dei cuori e condividendo ciò che hanno, affinché nessuno sia nel bisogno (cf. At 4,32-35, non a caso anch’esso un passo lucano).

La dinamica, poi, dell’attesa: l’attesa del Regno, di quel regno di Dio di cui i vangeli ci dicono che Gesù tanto parlava, di quel Regno che era venuto ad annunciare (cf. il passo a questo successivo, e cf. Mc 1,15 e molti altri passi).

Attesa del Regno, dimensione forse oggi in molti casi dimenticata, poiché siamo proiettati molto più sull’immediato, ma i vangeli ci ricordano che, se pure c’è un “già”, per il cristiano c’è anche un “non ancora”: la chiesa, infatti, se da un lato è pellegrina in cammino verso il Regno (cf. 1Pt 2,11), e dunque invitata a non assolutizzare nessuna delle pur buone creature di questa terra, dall’altro è chiamata ad essere comunità capace di discernere in ogni “oggi” il Regno di Dio che le viene incontro e che la visita (cf. Lc 19,41-44), e che la rende dunque comunità accogliente e ospitante, grata di ogni visita del Signore nella persona di Gesù Cristo, anzitutto, ma poi anche in quella dei fratelli e delle sorelle.

Attesa, dunque, che chiede discernimento e capacità di portare, gestire, vivere bene la nostra dimensione del desiderio. Sì, perché attendere è anche accettazione di un temporaneo vuoto, di una mancanza, accettazione del fatto che non possiamo essere colmati in tutto e subito nel nostro desiderio vitale, la cui piena realizzazione, che è anzitutto realizzazione di comunione, attendiamo.

Ma noi, siamo ancora capaci di sostenere la difficoltà di un’attesa? Non solo da un punto di vista cristiano, ma anche semplicemente umano: sì, questo brano del vangelo ci dice che una relazione vera è sempre anche accettazione di un vuoto, di una solitudine, del fatto che l’amore vero è concepire e accogliere l’altro nella sua alterità e diversità, che, se da un lato mi arricchisce, dall’altro lascia sempre in me un vuoto non colmato, e dunque una solitudine.

Questo dunque il lieto annuncio che oggi ci viene fatto: l’annuncio del regno di Dio che ci è promesso, che a noi viene. Ma noi siamo ancora capaci di desiderarlo, e, più in radice, di sostenere ancora il desiderio?

sorella Cecilia


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