L'amore, né più né meno

Mosaici del Duomo di Monreale
Mosaici del Duomo di Monreale

8 novembre 2017

Lc  14,25-33

In quel tempo, 25 una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26 «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30 dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33 Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.


Non si può certo dire che Gesù volesse attirare seguaci, che il suo fine fosse quello di circondarsi di innumerevoli discepoli. Proprio quando molta folla lo segue egli non teme di porre un aut aut molto netto: per seguirlo davvero c’è un’unica via, altrimenti non è sequela.

Abbiamo piano piano imparato a riconoscere Gesù, lo possiamo vedere camminare lungo le strade e possiamo vedere anche tutta questa gente che lo segue. Egli si ferma, si volta e, immagino, lascia tutti (molti) stupiti, rattristati. Come lascia ciascuno di noi di fronte a questa pagina evangelica. Nessuno di noi può evitare la domanda: ma io lo sono veramente, sono un suo discepolo, una sua discepola?

A Gesù non basta essere seguito, egli pone delle condizioni, radicali. Gesù semplicemente non vuole seguaci entusiasti ma tiepidi, che si sono posti tra la folla ma che non hanno preso il loro posto rispetto a lui e a ciò che vive. Gesù chiama uomini e donne, volti, nomi, non “molta gente” (v. 25). Chiede che chi lo sta seguendo, non solo “vada con lui” (cf. v. 25), ma vada presso di lui: “Se qualcuno viene a me” (v.26), Gesù desidera entrare in una relazione, e non lo può fare con una folla anonima.

Si rivolge a tutti, a chi lo seguiva allora e a chi fa parte di quella folla oggi. Si rivolge a tutti perché Gesù è un uomo per tutti, non mette confini o limiti, pone però condizioni, questo sì. Si mette in gioco completamente e chiede a chi sta di fronte a lui di fare lo stesso, di decidersi per qualcuno o qualcosa, di fare una scelta. Una vita vera, una vita vissuta in pienezza richiede che ciascuno esca dall’anonimato ed esprima con le proprie scelte chi è e ciò che desidera. Gesù ci chiama a questo. “Se”, e solo “se lo vogliamo”, “andiamo a Gesù”, e la via è una, quella che Gesù oggi ci pone di fronte. Altrimenti il rischio è una vita non autentica, falsa: perché chi non sceglie questa via non “può essere discepolo”; e dirsi tale senza percorrere questa strada è vivere a metà, è tristezza. La tristezza di quel tale che “rattristatosi per le parole di Gesù, se ne andò afflitto” (cf. Mc 10,22), incapace di abbandonare ciò che ha, per scegliere l’unica via che Gesù propone.

E qual è questa via? La via è la stessa vita di Gesù, con le gioie e le sofferenze, con gli affetti, con le fatiche, e in tutto questo sempre un unico desiderio: vivere l’amore. Vivere l’amore del quale egli si sentiva amato: l’amore di un Padre che corre incontro al figlio. L’amore di un Padre che tutto ha lasciato, a tutto si è abbassato per amore di noi suoi figli. Amato di questo amore Gesù ha fatto la sua scelta: non ha messo nulla davanti all’amore, nemmeno la sua vita. Con l’amore sempre davanti ha potuto rinunciare e donare la sua vita. Questo è ciò che Gesù chiede a chi vuole e sceglie di essere suo discepolo: di fare la stessa grande scelta. Fare dell’amore l’assoluto della propria vita. Fare anche della croce, strumento di morte, di dolore, un abbraccio di amore. Liberi da tutto ciò che potrebbe occupare le nostre mani e le nostre braccia, avendo rinunciato a tutto per fare spazio all’amore.

Gesù non pone il discepolo di fronte alla via dolorosa, pone il discepolo di fronte al cammino per un’autenticità di vita nell’amore. Autenticità significa sì anche fatiche, sofferenze, dolori. In questo però Gesù non ci chiede di essere eroici, di fare rinunce eclatanti… ci chiede, “se, e solo se vogliamo essere suoi discepoli”, di vivere la sua vita, di rimanere fedeli all’amore, sempre. Questo, né più ma neanche meno!

sorella Elisa


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