Fuori dal recinto ma dentro il cuore

Duomo di Monreale
Duomo di Monreale

15 novembre 2017

Lc  17,11-19

In quel tempo, 11 lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12 Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13 e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14 Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15 Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16 e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17 Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18 Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». 19 E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».


Il lebbroso guarito che torna a ringraziare Gesù non solo è per i giudei uno straniero, perché abitante della Samaria, ma per loro è anche un eretico, uguale a un pagano e dunque un nemico, perché i samaritani non riconoscevano la legittimità del tempio di Gerusalemme e dei suoi sacerdoti.

Ma facciamo un passo indietro. Guardiamo anzitutto a quest’uomo prima che alla sua appartenenza religiosa. Prima di essere un samaritano è anzitutto un uomo malato che soffre, e non di una malattia qualunque ma di lebbra. Una malattia che gli sfigura il volto e gli deforma il corpo, a causa della quale è escluso dalla comunità umana. Non può avvicinarsi alle persone e gli è impedito di entrare in qualsiasi città. La sua non è una malattia solo invalidante ma escludente, è un appestato e per questo emarginato.

Questa condizione lo porta ad avere fede, cioè ad aggrapparsi alla parola del rabbi Gesù che sta passando. Il malato ha bisogno di chi lo guarisca e poco gli importa che lui, samaritano, debba andare da un sacerdote del tempio di Gerusalemme per essere guarito. La sofferenza della malattia e l’umiliazione dell’esclusione sociale mettono quest’uomo in una situazione di verità: il bisogno radicale di guarire per tornare a vivere rivela l’assurdità delle lotte di religione, la vacuità dei recinti confessionali, l’insensatezza di ogni tipo di appartenenza che vive nella logica dell’esclusione di chi non è della tua etnia o del tuo gruppo, di chi confessa un altro credo o più semplicemente non la pensa come te. La malattia del corpo e dello spirito ha la forza di mettere a nudo ogni contrattazione al progetto e al desiderio di autentica vita umana voluta da Dio.    

Tra il tempio di Gerusalemme dei giudei e quello sul monte Garizim dei samaritani si erige il vero tempio che è quest’uomo che celebra il vero culto tornando con gratitudine da Gesù che lo ha salvato: “Così infatti il Padre vuole che siano quello che lo adorano” (Gv 4,24).

Il vangelo di oggi e con esso i tanti passi dei vangeli nei quali Gesù elogia il comportamento e la fede di samaritani, pagani e stranieri, ci annuncia che il destino della verità evangelica è quello di essere sempre straniera sulla faccia della terra. Gesù è nato ed è morto da straniero e con lui il suo vangelo. Questo significa che la verità e la potenza salvifica del vangelo di Cristo non la si potrà mai esaurire in dottrine, appartenenze, confessioni e religioni. Il vangelo è pienamente contenuto nel cristianesimo e tuttavia lo deborda infinitamente.

Il vangelo di oggi ci chiede di combattere la tentazione di dare alla salvezza di Cristo le dimensioni che essa ha assunto nelle nostre definizioni e nella nostra morale. La libertà di questo samaritano corrisponde alla libertà di Dio, quella libertà che ogni religione sarà sempre tentata di addomesticare con la certezza di avere Dio dalla propria parte. In realtà, ogni uomo che respira cerca a modo suo la salvezza e se anche i volti di Dio sono diversi, il desiderio di salvezza dell’uomo è uno solo. Là dove c’è desiderio di salvezza c’è il vangelo. Anche se sei fuori dal recinto della Chiesa sarai comunque sempre dentro il cuore di Dio!

fratel Goffredo


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