Perdere noi stessi

Affreschi del monastero d'Abu Gosh
Affreschi del monastero d'Abu Gosh

1 dicembre 2017

Gv  12,23-26

In quel tempo 23Gesù rispose ai suoi discepoli: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.


“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo”. Nella breve pericope odierna, letta per la memoria di Charles de Foucauld, questo versetto attira l’attenzione. L’interpretazione sembra scontata (bisogna morire), così come quella del versetto seguente sull’amare o meno la propria vita. Fratel Charles ha citato ripetutamente queste parole: vi vedeva un appello alla conversione e un’allusione alla necessità di far morire il proprio “ego” per lasciare nella propria vita tutto lo spazio a Cristo: “È necessario che io diventi migliore, mi converta, muoia, come il chicco di grano il quale, se non muore, resta solo” (lettera all’abbé Huvelin del 15 dicembre 1902). Eppure mi sembra che la lettura del testo non sia del tutto evidente e che secoli di interpretazione in senso “ascetico” ci rendano oggi difficile la comprensione dei versetti che parlano di rinuncia al proprio “io”. Molto semplicemente: oggi non sappiamo chi siamo e non possiamo, come punto di partenza, porre una negazione di noi stessi.

Ci troviamo al capitolo 12 di Giovanni, capitolo che si apre con il riferimento a Lazzaro. L’incontro con la morte dell’amico rappresenta una svolta nella vita di Gesù. Si assiste poi a un affollarsi di gente che aderisce a lui o cerca di vederlo. Al v. 21 sono alcuni Greci che chiedono di vedere Gesù. A questa domanda, che indica il giungere “dell’ora”, Gesù risponde con un doppio “Amen” e aggiunge l’esempio del chicco.

Ci sono delle tappe nella vita che segnano dei compimenti. Gesù vede gli stranieri venire a lui; ecco: altri si aggiungono a coloro che il Padre gli ha dato” (Gv 17,9). Gesù riceve la sua “ora” nel regime del dono. Il chicco è giunto a maturità, è pronto, non è seccato sulla spiga, né è stato beccato dagli uccelli prima. Cade perché è giunto alla sua pienezza. Il chicco cade e c’è una terra che lo accoglie. Nel linguaggio evangelico troppe volte il terreno è arido, sassoso, pieno di rovi e spine. Qui c’è una terra che dà il suo frutto: l’attesa di tutta l’umanità ferita, il grido dei miseri, la speranza dell’Israele fedele. Poi c’è il morire del chicco: Gesù riconosce che il compiersi “dell’ora” è per lui un momento di grande turbamento, tuttavia non se ne sottrae e si affida al Padre (Gv 12,27), aprendosi all’abbondanza dei frutti.

Nel mattutino del sabato santo la chiesa ortodossa aggiunge, in corrispondenza delle parole del salmo: “Allontana da me la via dell’ingiustizia, abbi pietà di me con la tua legge” (Sal 118/119 v. 29), il versetto “Come un grano di frumento sotterrato nel seno della terra, tu hai prodotto una spiga molto feconda, facendo risorgere i mortali nati da Adamo”.

Tutti nella nostra vita abbiamo vissuto eventi, ricevuto dei doni, forse anche costruito e realizzato qualcosa: viene l’ora – o forse vengono tante e ripetute ore- in cui ci è chiesto di non voler trattenere (forse questo è il valore del verbo amare al v.24) per noi ciò che è anche frutto della nostra fatica. Una madre deve lasciar andare il figlio: quando nasce, quando esce di casa. Non è rinuncia, è pienezza. Viene un’ora in cui dobbiamo lasciar andare le nostre realizzazioni e forse ciò ci turba perché traevamo da esse identità e nome. Ma non è perdita, è pienezza. Vedere tutto come dono ricevuto ci sottrae al regime di “questo mondo” (forse così si può interpretare “odiare la propria vita in questo mondo”).

Gesù ha pregato: “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno” (Gv 17,14-15).

È per il dono di una parola ricevuta (quella parola che ci dice chi siamo e che ci dà una speranza) che possiamo lasciar andare i tanti attaccamenti mondani che ci abitano, che possiamo rinunciare alla paura di perdere noi stessi. Il chicco è maturo e cade: anche questo è un’esperienza della grazia.

Sorella Raffaela


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