La Pasqua dei discepoli

Avori salernitani
Avori salernitani

2 aprile 2018

Mc  16,9-20

9 Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. 10Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. 11Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. 12Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. 13Anch'essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. 14Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. 15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


All’indomani della Pasqua, oggi e ancora nei giorni successivi la chiesa ci conduce a meditare i racconti delle apparizioni del Risorto, perché possiamo riascoltare e interiorizzare l’annuncio gioioso della vittoria di Cristo sulla morte, su ogni situazione di morte.

E ci domandiamo subito: in che modo la resurrezione di Gesù può avere una ricaduta nelle nostre esistenze? Di questo fremito di vita che scaturisce dalla tomba aperta, quanto passa in noi, nelle fibre del nostro essere, nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze che ci accompagnano lungo la successione dei nostri giorni?

La Pasqua non cancella l’oggettiva pesantezza delle situazioni che viviamo e lo scandalo della morte, ma la resurrezione vi apre una breccia e fa erompere energie nuove laddove prima c’era solo un senso di rassegnazione.

Guardiamo ai discepoli. Dopo l’uccisione di Gesù si trovano in una condizione di paralisi e di oscurità della fede. Sono afflitti e nel pianto, chiusi in casa, prigionieri della loro incredulità, non avendo dato peso all’annuncio dei primi testimoni (Mc 16,10-13).

La fedeltà di Dio narrata da Gesù tuttavia non conosce esitazioni, va incontro alla loro debolezza di fede e durezza di cuore. E proprio in questa condizione di morte è racchiusa una possibilità di ricominciamento: i discepoli vivono anch’essi un’esperienza pasquale, un vero passaggio che produce un cambiamento, grazie alla fiducia rinnovata di cui si sentono avvolti, e all’amore che la nutre e la sostiene.

Come i discepoli incontrano il Risorto? Il testo lo annota quasi en passant, ma è un particolare significativo: “mentre erano a tavola” il Risorto appare loro. È dunque la convivialità a fare da sfondo all’incontro tra Gesù vivente e i suoi discepoli. Si tratta di un incontro che esprime condivisione, riallaccia la comunione, riavvia la sequela, riapre per loro un futuro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”.

Torniamo alla domanda iniziale. Com’è possibile per noi sperimentare già ora le energie della resurrezione?

“Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). L’amore crea vita, la vita eterna che ci è stata promessa è la nostra vita vivificata dall’amore, né più né meno. La qualità del nostro amore è data dall’amore con cui il Signore ci ha amati: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Tutto si gioca lì, in quel “come”: siamo chiamati a metterci alla scuola dell’amore come Gesù l’ha vissuto.

In tal modo, uniti a Cristo come i discepoli della prima ora, potremo portare il frutto della pace, della gioia, dell’amore condiviso: “parlando lingue nuove”, sull’esempio di Gesù, capace di parlare a tutti e di immedesimarci nella situazione dell’altro; vincendo il male con la forza del bene; “imponendo le mani”, attraverso gesti concreti con cui possiamo offrire conforto e amicizia.

La nostra vita quotidiana porta già i segni della resurrezione del Signore se sappiamo vivere nella logica evangelica del morire un po’ a noi stessi, per farci dono agli altri. Come “il chicco di grano caduto in terra che, se muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

fratel Salvatore