Fiducia, pazienza e perdono

Avori salernitani
Avori salernitani

5 aprile 2018

Gv 20,19-31

19La sera del primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. 22Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. 27Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. 28Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù”.

Quand’ero ragazzo avevo un mio particolare midrash per spiegare questo testo: era la sera della domenica, erano passati tre giorni dalla notte del giovedì, nella quale i discepoli erano fuggiti lasciando Gesù nelle mani delle guardie dei sacerdoti del Tempio. Si erano nascosti timorosi in un posto che ritenevano sicuro e però, forse, non avevano più molto da mangiare. Tommaso fu il più ardimentoso, forse perché era anche curioso di ascoltare ciò che si diceva fuori; e io pensavo: “Sarà uscito per cercare qualcosa da mangiare”. Me lo immagino ritornare con un po’ di pane e formaggio dopo che gli altri avevano visto Gesù venire e stare in mezzo. Anche perché, mi dicevo, se avesse lasciato la comunità per separarsene, perché vi aveva fatto ritorno? Certo, anche i discepoli di Emmaus se ne erano andati e poi erano tornati di corsa, ma loro erano stati raggiunti per via dal Risorto. A Tommaso non era certo venuto incontro il Risorto, altrimenti avrebbe creduto alla parola degli altri apostoli.

Eppure era tornato, e io mi spiegavo la cosa così: era uscito solo un momento per prendere del pane e del formaggio e vedere fuori come buttava.

Insomma, l’apostolo Tommaso era a mio modo di vedere quello un po’ più coraggioso degli altri che si erano tappati in casa dopo aver lasciato Gesù solo nel Getsemani a vedersela con le guardie. Una fifa nera, la loro, certo una fifa apostolica, ma pur sempre fifa.

Con il tempo, con il vivere in comunità, ho capito che anche Tommaso aveva qualche problema, che la fede è fatta di fiducia nella testimonianza degli altri, che lui al sentire comunitario non aveva creduto e in fondo aveva lasciato la comunità, la solidarietà con gli altri e la loro paura. Ho capito che accanto alla coscienza personale c’è una coscienza comunitaria del cui appello bisogna tener conto. E con il tempo ho anche capito che gli altri apostoli, a cominciare da Giovanni, avevano un po’ messo ai margini l’apostolo Tommaso. Insomma, la vita in comunità è fatta di fiducia data e pazienza portata, secondo modalità certamente asimmetriche, ma mai unidirezionali.

Ma alla fine Tommaso torna, il tessuto comunitario sembra ricucirsi, un bel happy end. Ma è così che funziona? Nessuno si salva da solo, neppure una storia comunitaria si redime da sé.

Nel frattempo è venuto ed è stato in mezzo alla comunità Gesù. Quel Gesù che avevano lasciato solo a vedersela con le guardie, che era stato torturato, che era stato crocifisso, era morto ed era stato sepolto dalla pietà di altri, non dalla loro. La vittima della storia comunitaria (perché Gesù fu colpito dalla mano dei nemici, ma fu anche vittima dell’ignavia di chi non l’aveva difeso e dell’infedeltà di chi tra loro lo aveva tradito) viene e sta al centro della comunità. Il miracolo è che la vittima non viene come il fantasma dei loro sensi di colpa, ma come il Signore e Maestro che porta la parola di perdono: “Pace a voi”.

E ora, di fronte a quel crocifisso, ciascuno provi a sentirsi tanto giusto da scagliare verso gli altri la prima, la seconda, la terza pietra. E ditemi: ci sarà mai qualcuno a cui non potremo perdonare i peccati?

fratel Stefano