Un fare comune

Avori salernitani
Avori salernitani

17 aprile 2018

Gv  5,19-30

19In quel tempo Gesù riprese a parlare e disse ad alcuni capi dei Giudei: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. 20Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. 21Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. 22Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, 23perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 24In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, 27e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.


“Da me stesso, non posso fare nulla”: questa l’inclusione che inquadra il brano odierno (vv. 19 e 30). Il Gesù di Giovanni, proprio perché si riconosce Figlio, lo dice di se stesso in relazione al Padre. E il cristiano non dovrebbe dirlo di sé in relazione a Cristo? La sua voce sin d’ora ci chiama fuori dai nostri sepolcri (cf. Gv 11,43-44) per renderci liberi di tendere a ciò che possiamo essere e fare in lui. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), lo riconosca il cristiano che confessa: “Cristo vive in me” (Gal 2,20). “Da me stesso, non posso fare nulla”.

La parabola (cf. v. 19) che Gesù propone a quanti non sopportavano il suo agire e lo accusavano di farsi uguale a Dio (cf. Gv 5,18) può essere applicata, almeno in parte, anche a noi, quando cerchiamo di rispondere alla nostra vocazione di figli nel Figlio (cf. Gv 1,12). Potremmo così riscriverla: “Il figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Figlio; quello che il Cristo fa, anche il cristiano lo dovrebbe fare allo stesso modo”. Il che, certo, va riferito a tutta la vita di Gesù, per lasciare che la sua voce, potente se la si ascolta, risusciti a vita nuova tutto il nostro vivere, relazionarci, amare.

Ma in che cosa si sintetizza, in questa densa pagina evangelica, il “fare” del Figlio cui guardare e tentare di conformarsi? Il fare che lo unisce al Padre, che lo fa uguale a lui, è un “fare comune” che consiste in un far vivere e in un giudicare (cf. vv. 21-22).

Risuscitare e operare il giudizio spetta al Figlio dell’uomo, secondo l’autorità propria che il Padre gli ha riservato per la fine dei tempi e che eserciterà attraverso di lui, quando lo manifesterà quale vita eterna per la nostra vita mortale, giudizio temibile e misericordioso sulla storia di cui siamo parte.

Se questo è il fare che unisce Padre e Figlio, qual è il fare che dovrebbe unire noi al Figlio e, in lui, al Padre? Se lui solo risuscita e opera il giudizio, noi dovremo rinunciare a emettere un giudizio definitivo che chiude le situazioni che ci troviamo ad attraversare, per scegliere invece di far vivere, aprirle al futuro. Questo possiamo farlo.

Come il Padre rende partecipe il Figlio della sua vita e del suo potere di vivificare, così il mio dovrà essere un fare che fa vivere.

Chi come il Figlio accoglie il dono del Padre, accoglie in se stesso la fonte della vita (cf. Gv 4,14). Assecondando il movimento di questo dono può dunque suscitare, risvegliare, dare vita. Dunque impegnarsi, in mezzo alle cadute e ai fallimenti del proprio quotidiano, in una prassi di resurrezione che apra alla benedizione della vita e non dia morte.

Questo non significa rinunciare a ogni capacità di giudizio: discernere il bene, distinguendolo dal male, è essenziale per scegliere la vita (cf. Dt 30,19), per non farsi ulteriormente complici del male che semina morte. Di male purtroppo già ne facciamo abbastanza senza volerlo o rendercene conto.

Se siamo minimamente consapevoli della nostra cecità (cf. Gv 9,39) non possiamo far finta di niente, dobbiamo esporci al giudizio che viene dall’umanità di Gesù e, convertendoci a essa, rispondervi oggi con una prassi di umanità conseguente, che trovi nel giudizio di perdono pronunciato sulla croce e nella fede del Risorto la libertà e la forza di vivere e far vivere.

fratel Fabio