La venuta del Figlio dell’uomo nella gloria

Sarkis, Arcobaleno, 2015 - Biennale di Venezia. L'opera di Sarkis, artista armeno, riproduce un arcobaleno "dissestato" da una catastrofe, così come i segni descritti nel Vangelo. L'arcobaleno viene anche utilizzato come seggio da Cristo nelle rappresentazioni del giudizio finale.
Sarkis, Arcobaleno, 2015 - Biennale di Venezia. L'opera di Sarkis, artista armeno, riproduce un arcobaleno "dissestato" da una catastrofe, così come i segni descritti nel Vangelo. L'arcobaleno viene anche utilizzato come seggio da Cristo nelle rappresentazioni del giudizio finale.
XXXIII domenica del tempo Ordinario B, 15 novembre 2015
Mc 13,24-32

Commento al Vangelo 
di ENZO BIANCHI

24In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
25le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cielisaranno sconvolte.

26Allora vedrannoil Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina.29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 
30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 
32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.

Con questa domenica termina la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale lungo tutta l’annata liturgica B.

Le parole di Gesù riportate sono quelle da lui pronunciate negli ultimi giorni della sua vita, prima della passione e morte; parole da lui dette sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cf. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3). Il cosiddetto “discorso escatologico” è molto lungo – occupa tutto il capitolo 13 – e vuole essere una risposta alla domanda circa il tempo successivo alla vicenda terrena di Gesù: cosa accadrà? Gesù profetizza che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, andrà in rovina (cf. Mc 13,2), che ci saranno eventi che causeranno grande sofferenza agli umani (cf. Mc 13,5-23) e che alla fine – è il tema del nostro brano – il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo (cf. Mt 25,31-46). Questo discorso di Gesù è un messaggio in un linguaggio codificato, secondo il genere apocalittico, un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, pur risultando a volte oscuro, di difficile interpretazione.

Noi ne leggiamo per l’appunto solo la parte finale, l’annuncio della venuta gloriosa del Messia, quando si sarà verificata la distruzione del tempio e sarà passato il tempo della storia, nella quale guerre, calamità e persecuzioni si faranno dolorosamente presenti nella vita di uomini e donne. Dopo la terribile prova che investirà l’intera umanità, il popolo di Israele e la chiesa del Signore, ci sarà uno sconvolgimento di tutto l’assetto dell’universo creato. Non lasciamoci spaventare dalle parole di Gesù, ma intimorire sì, perché essere rivelano la “verità” di questo mondo che Dio ha creato, voluto e sostenuto, ma che avrà un termine, una fine: come c’è una fine personale, la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. Gesù vuole parlare di questi eventi, per rivelare una realtà dai tratti indescrivibili. La creazione subirà un processo di de-creazione, potremmo dire un ritorno all’in-principio (cf. Gen 1,1-2), ma in vista di una nuova creazione, di un mondo nuovo, con cieli e terra nuovi (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Queste immagini non vogliono significare distruzione, decomposizione, scomparsa della materia, ma la fine degli attuali assetti della creazione, in preda alla sofferenza, al male e alla morte, per una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo neppure a immaginare.

Ecco allora le immagini apocalittiche, ispirate da fenomeni che l’uomo contempla, ma che sono transitori, dunque non distruttori della vita: il sole che si eclissa definitivamente, la luna che perde la sua luce, le stelle che cadono dal cielo… Immagini evocatrici della fragilità dell’assetto del nostro universo, che non è eterno, che – come ci assicurano anche le scienze – ha avuto un inizio e avrà una fine. E tuttavia questo universo, che agli occhi dei credenti nel Signore Gesù “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno.

Proprio in questa “crisi” cosmica si manifesterà il Figlio dell’uomo, farà la sua parusia in modo glorioso, venendo dai cieli, avendo come trono le nubi (cf. Dn 7,13), nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre. Anche questo evento, chi può descriverlo? I cristiani hanno dipinto o rappresentato in mosaici nelle absidi delle chiese il Veniente nella gloria, seduto sull’arcobaleno, giudice di tutto l’universo, Pantokrátor (2Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8, ecc.), cioè colui che tiene insieme tutte le cose; ma nel farlo hanno dovuto ispirarsi alla parusia, all’ingresso glorioso dei re e degli imperatori, rivestendo il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo dei tratti di una gloria umana. In realtà, non sappiamo in che forma contempleremo il Signore veniente; possiamo solo dire che allora lo riconosceremo tutti, anche quelli che durante la loro vita non l’hanno mai riconosciuto nel povero, nel malato, nello straniero, nel carcerato, nell’ignudo (cf. Mt 25,31-46). Anche quelli che hanno trafitto Gesù o hanno trafitto il povero, la vittima, allora lo riconosceranno, si batteranno il petto (cf. Ap 1,7) e capiranno che le trafitture inferte all’altro, al fratello o alla sorella, erano trafitture che raggiungevano il Signore, il quale ora si mostra giudice misericordioso ma temibile. Sarà quella anche l’ora del raduno di tutti gli eletti, i giusti, quelli che hanno vissuto esercitando fiducia nell’altro, sperando insieme agli altri, amando chi avevano accanto e rendevano prossimo. I figli di Dio dispersi saranno finalmente una comunione, che non conoscerà più né morte, né male, né peccato (cf. Is 35,10; Ap 21,4).

Quando questo accadrà (cf. Mc 13,4)? In un giorno che nessuno conosce, eppure è un giorno certo, è una promessa di Dio che si realizzerà. I discepoli di Gesù non devono dunque chiedere “quando?”, ma devono piuttosto chiedersi se loro stessi saranno pronti ad accogliere quell’evento della parusia come salvezza, se saranno capaci di gioire davanti alla venuta del Figlio dell’uomo, se avranno saputo sperare con perseveranza in quell’ora: un’ora che è un segreto, perché neanche l’uomo Gesù la conosceva, e neppure gli angeli, ma solo il Padre. Per questo i credenti imparino a osservare la storia con spirito di discernimento, leggendo i “segni dei tempi”. La venuta del Figlio dell’uomo sarà come l’estate che i contadini sanno prevedere, guardando soprattutto la pianta di fico: quando il fico, per il risalire della linfa, intenerisce i suoi rami e si aprono le gemme rimaste chiuse per tutto l’inverno, allora sta per scoppiare l’estate. Così, se il credente sa leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cf. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore. Si tratta – come si legge nella conclusione del discorso (cf. Mc 13,33-37) – di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere e non essere trovati addormentati o spiritualmente intontiti…

Sarà la fine? Sì, ma quella fine porta un nome: è il Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, uomo e Dio che è venuto nel mondo, da Dio qual era (cf. Fil 2,6), per farsi uomo, e verrà nella gloria perché l’uomo diventi Dio. Sì, tutta l’umanità sarà in Dio e ognuno di noi sarà il Figlio di Dio.