Seguire la stella


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Antifonario mozarabico, XI secolo, Cattedrale di Leon, Spagna. E’ un codice scritto per l’abate Ikila a León da Aia, un esperto copista di note musicali fatto venire dalla Germania, sua terra d’origine, e miniato probabilmente da un giovanissimo Magio (nato a Cordoba, monaco agostiniano ed emigrato nella regione di León).
Antifonario mozarabico, XI secolo, Cattedrale di Leon, Spagna. E’ un codice scritto per l’abate Ikila a León da Aia, un esperto copista di note musicali fatto venire dalla Germania, sua terra d’origine, e miniato probabilmente da un giovanissimo Magio (nato a Cordoba, monaco agostiniano ed emigrato nella regione di León).

Il Cristo, la Parola fatta carne,
nascendo dalla Madre eletta,
ha voluto manifestarci la natura del Padre senza principio,
ed è stato rivelato da quella stessa potenza
mediante la quale fu generato:
attraverso una nuova stella ha donato
un segno della sua infanzia,
un annuncio della sua potenza

Il Cristo, la Parola fatta carne,
nascendo dalla Madre eletta,
ha voluto manifestarci la natura del Padre senza principio,
ed è stato rivelato da quella stessa potenza
mediante la quale fu generato:
attraverso una nuova stella ha donato
un segno della sua infanzia,
un annuncio della sua potenza,
una testimonianza dell’ignoranza del peccato.
E colui che, diventato terra da una donna,
era andato oltre la legge del parto,
aderendo inscindibilmente al Padre
ha ottenuto, a buon diritto, il cielo.

Con accenti poetici, il latino della liturgia mozarabica canta l’Epifania del Signore, l’Apparitio Domini, la sua manifestazione alle genti (MHM, Manifestazione del Signore I, oratio admonitionis).
Nella notte di questa apparizione brilla una luce nuova, una stella, come un punto di claritas, di chiarità, di splendore, di gloria. Anche il mondo creato si fa voce dell’Increato che si manifesta, che alza il velo e, con mirabile con-discendenza, discende per farsi terra da una donna (qui terram factus ex muliere).
Quella “nuova stella” offre, nel suo bagliore, l’infantiae signum, il segno di un’infanzia, il segno di una vita, appena sbocciata, che ancora non parla, ma che – nella sua vulnerabilità già esposta alla violenza – genera intorno a sé un intreccio di movimenti di avvicinamento e di fuga, di ricerca e di sospetto, di amore e di morte, che hanno la loro figura nei magi e in Erode con i suoi cortigiani. Così la stella offre il potentiae ministerium, nella misura in cui quell’astro si pone a servizio della potenza dell’agire di Dio, manifestandola, e al contempo l’ignorantiae documentum, la prova documentale – se così si può dire – dell’ignoranza, dell’accecamento e del peccato dei potenti di turno.

Ed ecco che la pregnante sinteticità del testo antico lascia rifulgere, come in un florilegio di brevissimi punti luminosi, l’opera della stella:

Novamque elementi,
quam creaverat claritatem hábuit
Deus in offício
parvulus in testimonio
mundus in nuntio
reges in miraculo
pastores in gaudio
gentilitas in stupore
credulitas in munere
crudelitas in timore.
          Il nuovo splendore di quell’astro
che Dio aveva creato,
Dio l’ebbe come servitore,
il bambino come testimone,
il mondo come annuncio,
i re l’ebbero come prodigio,
i pastori come gioia,
le genti come stupore,
la fede come dono,
la crudeltà come timore. 

Siamo come davanti a una teoria di personaggi del presepe, mentre si compiono le profezie: “Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; Dio le ha chiamate ed hanno risposto: ‘Eccoci!’, e hanno brillato di gioia per colui che le ha create” (Bar 3,34-35). Così quell’unica stella rifulge nei suoi diversi volti, come obbediente servitore di Dio, come testimonianza resa al Figlio fatto bambino, come messaggio luminoso per un mondo intenebrato, come inattesa guida per dei pellegrini in ricerca, come fonte di gioia per la semplicità dei poveri, come meraviglia che attira i lontani, come dono per chi vive la fiducia, come motivo di timore per chi si è consegnato all’empietà crudele.

Al bagliore della stella si delinea, però, una duplice realtà, in parte in luce e in parte in ombra; è come se un fascio luminoso operasse un discernimento, una distinzione, fra due gruppi, storicamente individuabili nel racconto evangelico, ma anche spiritualmente presenti nell’intimo di ciascuno di noi, in una convivenza in chiaroscuro:

In hac tremuerunt impii           Per questa stella tremarono i malvagi,

in hac exsultaverunt commoniti,

 

per essa esultarono
quanti avevano ricevuto l’annuncio,

in hac adoravere subiecti.  

per essa adorarono
quanti vivevano l’obbedienza della fede.

Hac illuminante,   Per la luce che la stella diffondeva,
qui fuerat salvandus occurrit;   accorse chi anelava alla salvezza,
hac terrente,   per lo spavento che essa incuteva,
qui fuerat periturus expavit.   s’impaurì chi andava incontro alla morte.
Sic caelo nova lampada coruscante,   Così, mentre il cielo brillava di una nuova lampada,
et illuminata fides est,   la fede fu illuminata,
et caecata perfidia.   e la perfidia accecata.

Dinanzi all’umiltà di un Re che viene nel mondo come annuncio di pace e di salvezza, vi sono coloro che temono e tremano, sentendosi minacciati nelle loro sicurezze, invasi dalla paura di perdere il loro potere, il loro monopolio; ma nel contempo vi sono anche coloro che danzano di gioia, all’udire un annuncio di liberazione destinato agli umili, che quindi adorano il mistero, cioè si portano la mano alla bocca, in segno di ammirato stupore. Così la fioca luce di una stella illumina gli uni e atterrisce gli altri.
Aggrappati a quella stella, riconosceremo che, quando viviamo nella fiducia, camminiamo nella luce, mentre chi tradisce la verità e la giustizia si ritrova a brancolare nella notte del cuore, in uno smarrimento accecato, abitato dai fantasmi delle sue paure.

E poi, silenziosa, la stella si ferma, come su un nido di povertà, nell’anonimato di una località marginale, in una contrada insignificante di una periferia sperduta. Ma è lì che lo straordinario, ancora una volta, si fa evento per chi non smette di cercare:

“Sognare un sogno impossibile
portare il dolore delle partenze
ardere d’una possibile febbre
partire verso dove nessuno parte
amare fino alla lacerazione
amare, anche troppo, anche male
tentare, senza forza né armatura,
di raggiungere l’inaccessibile stella.
Questa è la mia ricerca:
seguire la stella” (J. Brel).