Maria, porta della gioia


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Quest'anno meditiamo durante il tempo di avvento attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

La storia della salvezza può essere racchiusa tra due “gioie”: la gioia con la quale l’arcangelo Gabriele saluta la Vergine Maria; e la gioia con la quale i discepoli ritornano a Gerusalemme dopo aver contemplato l’Ascensione del Salvatore

 Quest'anno meditiamo durante il tempo di avvento attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

Rallégrati, o piena di grazia, Vergine senza macchia, vaso eletto di tutta la terra, lucerna inestinguibile, tempio indistruttibile. Rallégrati, o piena di grazia, candelabro puro che ha portato il fuoco della divinità. Rallégrati, o speranza di salvezza di tutta la terra, poiché per mezzo di te siamo stati liberati dalla maledizione di Eva. Per mezzo di te, siamo divenuti dimora dello Spirito Santo, il quale venne su di te e ti santificò. Rallégrati, tu che Gabriele ha salutato dicendo: “Rallégrati, o piena di grazia*, il Signore è con te”. Lo Spirito Santo ricolmò ogni parte della tua anima e del tuo corpo, o Maria, Madre di Dio. (primo lobsh del sabato)

La storia della salvezza può essere racchiusa tra due “gioie”: la gioia con la quale l’arcangelo Gabriele saluta la Vergine Maria; e la gioia con la quale i discepoli ritornano a Gerusalemme dopo aver contemplato l’Ascensione del Salvatore (cf. Lc 24,52). In mezzo, il mistero della Croce. Due “gioie” (o forse è meglio dire “un’unica gioia”?) legate indissolubilmente alla stessa verità di fede: alla Vergine fu detto: “Il Signore è con te” (Lc 1,28); agli apostoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). In Gesù Cristo, l’Emmanuele, Dio ormai è sempre con noi, e questo è sufficiente perché la nostra gioia sia piena. 

Il mistero di Cristo è, dunque, fin dall’inizio un mistero della gioia, tanto che l’Apostolo Paolo comanda più volte ai cristiani di gioire (cf. 1Ts 5,6; Fil 4,4; 2Cor 13,11 ecc.). Ciò significa che dobbiamo costantemente ricordarlo a noi stessi e agli altri, sia quando ci sembra di non avere ragioni per gioire, sia quando siamo già nella gioia, perché la gioia sovrabbondi fino a inebriarci. 

Ed è per questo che la liturgia copta di Kiyahk, mese dell’Avvento, ci invita a ripetere per ore alla Madre di Dio, il saluto dell’arcangelo Gabriele: “Rallégrati!”. Potremmo quasi dire che tutte le lodi di Kiyahk possono essere racchiuse in solo due parole: “rallégrati” ed “Emmanuele”. Questo continuo ripetere “rallégrati” fa sì che quella gioia intima che pervase Maria di Nazareth penetri anche in noi. 

Ma è possibile comandare la gioia? Sì, laddove la gioia è germoglio della fede, laddove dire “gioisci!” significa dire: “Ricòrdati sempre che egli ti ha amato e ha consegnato se stesso per te” (cf. Gal 2,20). È per questo che quando siamo riempiti dello Spirito Santo, che rende presente alla nostra parte più intima l’amore di Cristo per noi, non possiamo non gioire. Ed è una gioia non molto diversa da quella che provò la Vergine quando lo Spirito Santo discese su di lei e che è la primizia della gioia della Chiesa di tutti i secoli.

Fermiamoci a meditare in silenzio questo grande mistero dell’Annunciazione. Lasciamo spazio alla contemplazione, alla lode e al rendimento di grazie. Lodiamo la Madre di Dio per aver reso possibile la salvezza che Cristo ha compiuto per noi. Chiediamo alla “benedetta tra le donne” di intercedere per noi affinché lei, che è diventata tempio eterno di Dio, ci renda capaci di adorare in Spirito e verità il Dio che ora, grazie a lei, dimora anche in noi. Chiediamole con umiltà di renderci capaci di gioire insieme a lei del grande mistero d’amore che ha avuto inizio a Nazareth, quando gloria di Dio e debolezza umana si sono incontrate per sempre. L’Emmanuele, il Dio-con-noi, continui a essere con noi, soprattutto in questi tempi difficili, come è stato con la Vergine di Nazareth e con i suoi discepoli, testimoni della Resurrezione.

un monaco del deserto

* È interessante che sia la Chiesa copta che quella latina traducano il greco kecharitoméne, “colei a cui è stata fatta grazia”, come “piena di grazia” (in latino: gratia plena, in copto: thiethmeh enhmot).