Natale, per puro amore


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Photo by T.H. Chia on Unsplash
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Quest'anno meditiamo durante il tempo di Natale attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

Dio, la cui natura è amore (cf. 1Gv 4,16), non è restato indifferente alla tragedia umana che si perpetua generazione dopo generazione. “Vinto dalla sua tenerezza” si è fatto concittadino dei terresti assumendo su di sé l’estrema conseguenza di questo passo: la morte, e la morte in croce. Per puro amore

 Quest'anno meditiamo durante il tempo di avvento attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

Quale mente o parola o udito potranno contenere l’oceano ineffabile del tuo amore per l’umanità, o Dio! L’unico e solo Logos, generato prima di tutti i secoli secondo la divinità senza corpo dall’unico Padre, fu generato corporalmente, senza mutamento né trasformazione, dalla sua sola madre. L’uno della Trinità, consustanziale al Padre, guardò la nostra bassezza e la nostra amara schiavitù. Piegò i cieli dei cieli, e venne nel grembo della Vergine, divenendo uomo come noi, eccetto il solo peccato. Nacque a Betlemme, secondo le voci dei profeti, ci guarì e ci salvò, poiché noi siamo il suo popolo (theotokiyya del giovedì).

La Natività rappresenta l’espressione più meravigliosa dell’amore di Dio per noi. 

Gioisci ed esulta, o genere umano, poiché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio amato a coloro che credono in lui, affinché vivessero in eterno (cf. Gv 3,16). Poiché egli fu vinto dalla sua tenerezza, e ci mandò il suo braccio elevato (theotokiyya del lunedì).

Dio, la cui natura è amore (cf. 1Gv 4,16), non è restato indifferente alla tragedia umana che si perpetua generazione dopo generazione. “Vinto dalla sua tenerezza” si è fatto concittadino dei terresti assumendo su di sé l’estrema conseguenza di questo passo: la morte, e la morte in croce. Per puro amore, l’Amico degli uomini si è piegato verso di noi, si è svuotato di se stesso rivestendosi della nostra natura al fine di salvarla. Unendosi alla nostra umanità, egli è giunto negli abissi della nostra umiliazione, della nostra angoscia, della nostra miseria, della nostra malattia e della nostra sofferenza, per poterle curare, illuminare, redimere dall’interno, per insufflare in noi vita nuova e in abbondanza. 

Ma la Natività non rappresenta soltanto la discesa di un Dio che si prende cura di noi (cf. 1Pt 5,7), sebbene questo di per sé dovrebbe essere fonte di gratitudine infinita. La nascita di Gesù a Betlemme è anche la speranza di un’ascesa del genere umano. In Gesù, Dio è disceso per farci risalire verso la nostra vera patria: il cielo. Ogni volta che viviamo in Cristo, egli ci dice: “Oggi sarai con me nel Paradiso” (Lc 23,43). Il Figlio di Dio è nato una seconda volta, nella carne (la prima volta è nato dal Padre prima di tutti i secoli), affinché noi carnali potessimo nascere una seconda volta dallo Spirito. Con la sua discesa, ha preso su di sé tutto ciò che è nostro, caricandosi del nostro peccato, lui l’Agnello senza difetto e senza macchia che non commise peccato e sulla cui bocca non si trovò inganno (cf. 1Pt 1,9; 2,22). E, in un mirabile scambio, ci ha donato tutto ciò che è suo: il suo Corpo, il suo Sangue prezioso, il suo Spirito, che, tenendoci uniti a lui, ci rendono simili a lui. Come canta la theotokiyya:

Egli prese la nostra carne, ci diede il suo Spirito santo, ci ha reso una cosa sola con lui, a motivo della sua bontà. Egli prese ciò che è nostro e ci diede ciò che è suo: lodiamolo, glorifichiamolo ed esaltiamolo (theotokiyya del venerdì).

La nascita di Dio in questo mondo, e la speranza della vita eterna che è nata con essa, non solo ci fanno capire quanto estranei siamo a questo mondo, ma ci offre nella fede la certezza che, in Gesù Cristo, si è aperta davanti a noi una “via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne” (Eb 10,20). Potremmo dire, parafrasando la Scrittura: “Se dunque siete nati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, fattosi uomo a Betlemme e ora seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (cf. Col 3,1-2). Scrive San Macario il Grande:

È bene che ciascuno viva là dove è stato generato: gli animali acquatici vivono nell’acqua poiché lì sono stati generati, gli uccelli del cielo volano nell’aria e in essa trovano riposo. Così avviene per la vita dell’anima; l’atmosfera propria di quelle che hanno le ali dello Spirito si trova nelle regioni superiori della divinità, perché è là che sono nate (Om. 52,6).

Chi è nato dallo Spirito è spirito (Gv 3,6) e vive sulla terra come straniero e pellegrino (cf. Eb 11,13), attendendo la “città che ha le fondamenta” (Eb 11,10).

In questi giorni di grazia, non rattristiamoci per l’emergenza sanitaria. Spegniamo tutto ciò che ci incolla alla terra, tarpandoci le “ali dello spirito”, di cui parla Macario. Alziamo gli occhi al cielo, con umiltà e gratitudine, e cerchiamo le cose di lassù. In Cristo, nato quaggiù a Betlemme, siamo ormai per sempre membra del suo corpo (cf. Ef 5,30) e cittadini dei cieli (cf. Fil 3,20).

un monaco del deserto