Quel Nome pieno di gloria


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Photo by The New York Public Library  on Unsplash
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Quest'anno meditiamo durante il tempo di Natale attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

Rivelare il proprio nome significa essere identificati come persona, consegnare se stessi, rendere possibile l’incontro con l’altro. Significa rivelare la propria identità più profonda. Per gli antichi, il nome era talmente legato alla persona da esprimerne l’essenza stessa. Conoscerlo significava entrare in stretta relazione con quella persona. In qualche modo quasi possederne l’intimità. Invocare un nome significa coinvolgere chi lo porta, renderlo presente

 Quest'anno meditiamo durante il tempo di avvento attraverso i testi liturgici della tradizione Copta.

Anche se mancassimo dei tesori di questo mondo, e non avessimo nulla da dare in elemosina, abbiamo la pietra preziosa, la perla inestimabile, il Nome dolce e pieno di gloria del nostro Signore Gesù Cristo. Se rimaniamo in esso nel nostro uomo interiore, egli ci renderà tanto ricchi da poter dare ad altri. Non andiamo alla ricerca dei tesori di questo mondo effimero, ma cerchiamo la salvezza delle nostre anime mediante la meditazione del suo santo Nome (Psali del mercoledì).

Rivelare il proprio nome significa essere identificati come persona, consegnare se stessi, rendere possibile l’incontro con l’altro. Significa rivelare la propria identità più profonda. Per gli antichi, il nome era talmente legato alla persona da esprimerne l’essenza stessa. Conoscerlo significava entrare in stretta relazione con quella persona. In qualche modo quasi possederne l’intimità. Invocare un nome significa coinvolgere chi lo porta, renderlo presente

Dio rivelò il proprio nome a Mosè sul Sinai. Un nome, YHWH, che, più che rivelare il mistero di Dio lo infittiva, suggellando il suo essere-assolutamente-altro: “Colui che è”. Egli restava nascosto, inconoscibile se non attraverso le sue azioni nella storia del popolo di Israele. 

Quando l’arcangelo Gabriele annuncia la buona notizia alla Vergine, Dio rivela ancora una volta il suo nome: Gesù, Dio-salva. E stavolta, è il nome di un bambino in carne e ossa. In quel Nome è già scritta in sintesi la missione della Parola fattasi carne: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). In quel Nome vi è la vittoria definitiva sulla morte. In quel Nome vi è tutta la potenza di Dio, al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,37), e che sarà esplicitata non solo durante la vita terrena di Gesù ma in quella di tutta la Chiesa, fino alla fine dei secoli. 

Il giorno della circoncisione di Gesù, dunque, non rappresenta semplicemente il compimento di un precetto dell’antica Legge ebraica che faceva sì che ogni circonciso entrasse a far parte ufficialmente del popolo eletto. Esso coincide anche con la rivelazione di un mistero, il dono agli uomini, per mezzo dell’Arcangelo e della Madre di Dio, del nome nel quale è stabilito che noi siamo salvati (cf. At 4,12), il Nome che è al di sopra di ogni nome (cf. Fil 2,9), il Nome, attraverso il quale, possiamo accedere al Dio nascosto del Sinai, entrare in comunione intima con il Padre. 

È per questo che la Chiesa copta conclude sempre il Padre nostro con l’invocazione “Per Cristo Gesù, nostro Signore”. È nel Nome di Gesù che il Padre ci concede ciò che chiediamo nella preghiera (cf. Gv 15,16) e ci invia lo Spirito (cf. Gv 14,26). Quel Nome, Gesù, rende presente un essere di carne come noi in cui abita tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2,9), che è stato udito, veduto con gli occhi, contemplato e toccato con le mani (cf. 1Gv 1,1) e che vive per sempre. Quel Nome, Gesù, per dirla con Sant’Agostino, è più dentro di noi della nostra parte più interna (cf. Conf., III, 6, 11).

Per questo non può esserci vita cristiana autentica senza il nome di Gesù. Dire “Gesù” significa invocare la sua presenza terapeutica, salvifica, taumaturgica, trasfigurativa. Impariamo dai Padri del deserto egiziano che fin da subito iniziarono a ripetere, durante tutto l’arco della giornata, il nome di Gesù senza stancarsi, mediante invocazioni brevi e spontanee, che Sant’Agostino definiva iaculatae “scoccate” (da cui il termine ‘giaculatoria’, da iaculum che significa ‘freccia’ in latino). Non ci sono tecniche. C’è solo bisogno di un cuore nel quale lo Spirito Santo ha riversato l’amore di Dio per noi, che nel nome di Gesù ha raggiunto il suo apice: “Aroma che si spande è il tuo nome: per questo le ragazze di te si innamorano. Trascinami con te, corriamo!” (Ct 1,3-4).

un monaco del deserto