Gli exultet


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Exultet 2 esposto presso il Museo dell'opera del Duomo di Pisa
Exultet 2 esposto presso il Museo dell'opera del Duomo di Pisa

Exultet è la prima parola del preconio pasquale, il canto liturgico con cui il diacono annuncia alla comunità dei fedeli il mistero pasquale della redenzione, compiendo, nel contempo, il rito dell'offerta del cero. Questo termine è stato poi anche attribuito ai rotoli miniati sul quali, nell'Italia meridionale, il testo liturgico dell’Exultet fu più volte trascritto.

Nell'Italia meridionale, e più precisamente in quell'area che nel Medioevo costituì la Longobardia Minore o area beneventana, tra i secoli X-XIV il canto di lode del cero venne insolitamente trascritto su rotoli di pergamena formati da fogli cuciti insieme; all’interno del testo vennero interposte le raffigurazioni delle scene bibliche narrate, insieme ad altre scene raffiguranti la stessa celebrazione in corso e rappresentazioni delle autorità in carica al momento della creazione del rotolo.

I rotoli liturgici hanno il loro punto di partenza nei libretti, saldamente testimoniati nel Medioevo e detti libelli, formati da uno o pochi quaternioni non rilegati, destinati alla celebrazione di una determinata festività o di una azione liturgica particolare (agenda). Questi riportavano solo il testo della celebrazione ed avevano uno scopo prettamente pratico. In occasione di celebrazioni solenni essi venivano qualche volta sostituiti da esemplari formati da fogli cuciti insieme come rotoli, in modo da avere una forma visiva più curata.

Nell'Italia meridionale i rotoli liturgici detti kontákia erano adoperati, assai più diffusamente che in Occidente, in uffici e celebrazioni della Chiesa greco-orientale sicuramente a partire dall'VIII-IX secolo. Ce ne sono pervenuti numerosissimi esemplari e ciò ne indica anche la vasta diffusione. Questi rotoli contenevano per la maggior parte i testi delle due divine liturgie bizantine abituali, quella di s. Giovanni Crisostomo o di s. Basilio Magno (o ambedue), ma talvolta anche altre liturgie o uffici particolari. 

La vicinanza territoriale con gli ambienti beneventano-cassinesi, soprattutto attraverso il monachesimo italo-greco trasmigrante tra i secoli X e XI dalle zone calabro-sicule verso la Campania e il Lazio meridionale, certamente ha fatto in modo che anche il rito greco abbia contribuito a ispirare i rotoli dell'area beneventana. In genere i rotoli di rito greco presentano una decorazione scarna, se non del tutto assente. 

Abbiamo quindi trovato una risposta sull'uso del rotolo, ma la scelta di decorare con illustrazioni il testo richiede ancora qualche approfondimento.

I primi rotoli riccamente illustrati sono quelli del Pontificale e del Benedizionale di Roma, prodotti per Landolfo I di Benevento, che vi viene raffigurato come arcivescovo, e perciò possono essere datati tra il 969, data della sua elezione alla cattedra arcivescovile, e il 982, anno della sua morte. Landolfo I, al momento della sua elezione ad arcivescovo, molto probabilmente è stato il committente e l’ideatore dei primi rotoli illustrati: non solo fece immettere nel rotolo liturgico un ciclo iconografico, ma lo rese in qualche modo “co-protagonista” insieme al testo, al fine di creare un forte simbolo del potere e dell'autorità arcivescovile in uno dei più potenti ducati del meridione.

Tra i libelli destinati a una celebrazione liturgica particolare trascritti in forma di rotolo, il canto dell'Exultet, proclamato dal diacono dall'alto dell'ambone, fu ritenuto, sotto il profilo tecnico-librario, come il mezzo più adatto di comunicazione figurativa del messaggio cantato e del potere del vescovo.

Il Pontificale e il Benedizionale di Landolfo I, e anche alcuni tra i più antichi Exultet mostrano la stessa disposizione di scrittura e ciclo illustrativo.

Un ulteriore passo in avanti viene compiuto a Bari verso lo scadere del primo trentennio del X secolo. Nell'Exultet 1 di Bari si trovano scrittura e ciclo illustrativo collocati in direzione opposta. Questo fu molto probabilmente commissionato dall'arcivescovo Bisanzio (1025-1036), come status symbol della sua carica.

Per fare in modo che le illustrazioni apparissero in senso giusto agli astanti posti sotto all'ambone mentre il diacono cantava, esse furono dipinte capovolte rispetto al testo; in tal modo, man mano che l'officiante lasciava scorrere il rotolo, le figure divenissero progressivamente visibili: si aveva così un testo iconico che traduceva in immagini i riferimenti di cui l'Exultet è intessuto. Allo stesso modo le persone presenti alla liturgia vedevano nelle immagini ciò che stava accadendo, ovvero la presentazione del cero, il diacono sull'ambone, come in uno specchio.

Questa finalità che possiamo definire quasi “teatrale” ha fatto sì che l'Exultet 1 di Bari, rispetto ai modelli beneventani dai quali partiva, venisse ampliato in larghezza e illustrato con un minor numero di scene in modo che potessero occupare più spazio, ottenendo una maggiore visibilità e perciò una più alta leggibilità figurativa. 

Questa tecnica sofisticata trovava il suo referente in quelle che erano nell'Occidente latino le strategie del rapporto fra testo e immagine, il primo destinato a quanti possedevano gli strumenti per comprenderlo e recepirlo, l'altra rivolta a tutti coloro che non erano in grado di comprendere la lingua della liturgia.

Nelle liturgie comunque la fruizione di queste immagini deve ritenersi limitata, tenendo conto che non tutti gli astanti potevano avere una visione frontale, ravvicinata e netta del rotolo.

Un passo ulteriore rispetto a questo utilizzo dell'Exultet viene segnato dall'esemplare custodito a Pisa e molto probabilmente prodotto a Capua (Caserta). In questo Exultet numerose rappresentazioni bibliche sono riportate prima dell'incipit del testo. Questo fa supporre che il rotolo fosse esposto già srotolato all'ambone prima del suo utilizzo durante la liturgia. In questo modo fungeva da percorso iconografico per il credente durante la quaresima.